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	<title>Politica Americana</title>
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		<title>Obama, niente più sconti alla Cina</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 11:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall&#8217;incontro con Dalai Lama alle presioni sullo yuan passando per le armi a Taiwan: la musica è cambiata
Anthony M. Quattrone
Il presidente americano, Barack Obama, a un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha deciso di cambiare politica nei confronti della Cina comunista. Prima della sua visita a Pechino, lo scorso novembre, Obama ha tenuto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=912&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><div id="attachment_914" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2010/02/dalai-lama-in-d-c-oct-09.jpg"><img class="size-medium wp-image-914" title="Dalai Lama in D.C. Oct 09" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2010/02/dalai-lama-in-d-c-oct-09.jpg?w=300&#038;h=212" alt="" width="300" height="212" /></a><p class="wp-caption-text">The Dalai Lama delivers a speech in Washington, DC in October 2009. The White House is standing tough on President Barack Obama&#39;s plans to meet with the Dalai Lama in February 2010, firmly rejecting Chinese pressure to snub him as rows escalate between Washington and Beijing. (AFP/File/Karen Bleier)</p></div>
<p><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Dall&#8217;incontro con Dalai Lama alle presioni sullo yuan passando per le armi a Taiwan: la musica è cambiata</strong></span></span></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Il presidente americano, Barack Obama, a un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha deciso di cambiare politica nei confronti della Cina comunista. Prima della sua visita a Pechino, lo scorso novembre, Obama ha tenuto un atteggiamento particolarmente prudente e attento nei confronti delle sensibilità cinesi, evitando di sollevare pubblicamente qualsiasi argomento controverso, dai diritti civili all’economia, alle questioni generali di politica estera. Da qualche giorno i toni sono concretamente cambiati, e si ravvisa una decisa pressione politica americana nei confronti del colosso asiatico per quanto riguarda la politica estera e militare, i diritti civili, e l’economia.Ormai sembrerebbe far parte di un passato remoto la dichiarazione che il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha fatto durante la sua prima visita ufficiale a Pechino un anno fa, quando disse che i diritti civili non dovevano interferire nei rapporti fra Stati Uniti e Cina, causando non poche perplessità fra chi guarda all’America come il massimo difensore della libertà e dei diritti umani. Poche settimane fa, infatti, dopo che Google ha denunciato atti di pirateria informatica da parte di hacker cinesi, presumibilmente ingaggiati dalle autorità di Pechino per violare le caselle postali “g-mail” di noti attivisti per i diritti civili, la Clinton ha apertamente criticato la Cina per la censura che impone sui motori di ricerca dell’Internet, sostenendo la necessità di “un unico Internet, dove l’intera umanità abbia eguale accesso al sapere e alle idee”.</p>
<p>Il presidente Obama aveva chiaramente indicato durante la sua visita in Cina che la questione dei diritti civili era e rimane importante per gli Usa, ma, a parte qualche moderata dichiarazione pubblica, ha evitato, durante la visita, di riportarla al centro della politica americana nei confronti di Pechino, preferendo di puntualizzare i punti di accordo fra i due Paesi. Sembrava che il presidente e i suoi massimi collaboratori sperassero che attraverso una silenziosa politica nel retroscena, si poteva ottenere di più dai cinesi. Forse, oggi, il presidente si è reso conto che la massima di Mao Tse Tung, che la contraddizione interna è più importante di quella esterna, è ancora valida in Cina, dove gli equilibri politici interni al Partito comunista sono più importanti dei rapporti internazionali e di qualsiasi fattore esterno. <span id="more-912"></span></p>
<p>La decisione di Obama di non incontrare Sua Santità il Dalai Lama lo scorso ottobre, durante un soggiorno del leader spirituale tibetano negli Usa, prima del viaggio del presidente americano in Cina, era dettata dalla speranza comune di Obama e del Dalai Lama di non causare turbolenze nei rapporti fra Usa e Cina, con l’obiettivo di influenzare positivamente la politica cinese nei confronti del Tibet. Dopo l’annuncio, fatto dallo staff del presidente lo scorso primo febbraio, che Obama incontrerà il Dalai Lama quando quest’ultimo visiterà l’America alla fine del mese, la Cina ha scatenato una ferma campagna anti-americana, minacciando contro misure. Per Pechino non è sufficiente che gli Stati Uniti dichiarano che il Tibet è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, ma, per i cinesi gli americani non devono assolutamente incontrare il Dalai Lama. Non ci sono mezze misure con Pechino. I cinesi invitano gli americani a non intromettersi negli affari interni cinesi, ma non esitano a dettare condizioni al presidente degli Stati Uniti e ai governanti di altri Paesi che vogliono incontrare il Dalai Lama, il quale è anche uno dei maggiori leader religiosi mondiali e un Premio Nobel per la Pace.</p>
<p>In pochi giorni, l’amministrazione americana, dopo aver incassato l’opposizione cinese alla proposta americana di imporre nuove sanzioni contro l’Iran per la questione del nucleare, ha preso diverse iniziative, forse cogliendo i cinesi di sorpresa, per puntualizzare che qualcosa è cambiato nell’atteggiamento di Washington nei confronti di Pechino. L’America ha deciso di vendere a Taiwan, considerata una regione ribelle da parte di Pechino, armi per oltre sei miliardi di dollari, immediatamente causando, da parte cinese, la sospensione degli scambi e dei rapporti militari con gli Usa, il congelamento dei negoziati sulla sicurezza, e l’annuncio di sanzioni alle ditte americane che venderanno armi a Taiwan.</p>
<p>Obama ha duramente attaccato Pechino in campo economico proprio mercoledì scorso durante un incontro con senatori democratici, dichiarando che “la Cina utilizza la valuta per gonfiare in maniera artificiale i prezzi delle nostre esportazioni e abbassare il prezzo dei loro prodotti”. Obama ha anche dichiarato che “il nostro approccio nei confronti di Pechino è quello di una maggiore severità sul rispetto delle regole. Continueremo a premere perché sia la Cina, sia altri Paesi aprano i loro mercati ai nostri beni”.</p>
<p>Nei prossimi giorni si capirà se il cambio di rotta di Obama nei confronti della Cina si consoliderà, quali saranno le contro misure di Pechino, e quale sarà l’atteggiamento degli europei. Se l’Occidente riuscisse a rimanere unito sui suoi valori democratici e liberali, la Cina potrebbe essere costretta a fare qualche fondamentale passo in avanti verso il rispetto dei diritti umani e delle regole del mercato libero. Ora Obama deve convincere gli alleati europei che l’America è determinata nell’affrontare i cinesi: solo così potrà sperare di ottenere l’appoggio del Vecchio Continente.</p>
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		<title>Obama tira dritto: &#8220;Io non mi arrendo&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 06:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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Discorso sullo stato dell’Unione
Anthony M. Quattrone
“Io non mi arrendo” è il messaggio principale che il presidente americano, Barack Obama, ha mandato al Paese durante il discorso sullo stato dell’Unione che ha tenuto il 27 gennaio 2010.  Il presidente, che ha completato il suo primo anno di governo pochi giorni fa, affronta una contingenza negativa [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=908&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p><strong><span style="text-decoration:underline;"> </span></strong></p>
<div id="attachment_909" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><strong><strong><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2010/01/state-of-the-union.jpg"><img class="size-medium wp-image-909" title="Obama State of the Union" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2010/01/state-of-the-union.jpg?w=205&#038;h=300" alt="" width="205" height="300" /></a></span></strong></strong><p class="wp-caption-text">President Barack Obama delivers his State of the Union address on Capitol Hill in Washington, Wednesday, Jan. 27, 2010. (AP Photo/Tim Sloan, Pool)</p></div>
<p><strong>Discorso sullo stato dell’Unione</strong></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>“Io non mi arrendo” è il messaggio principale che il presidente americano, Barack Obama, ha mandato al Paese durante il discorso sullo stato dell’Unione che ha tenuto il 27 gennaio 2010.  Il presidente, che ha completato il suo primo anno di governo pochi giorni fa, affronta una contingenza negativa per la sua presidenza, caratterizzata dal calo dei consensi da parte degli elettori, tre gravi sconfitte elettorali negli ultimi mesi in Virginia, nel New Jersey, ed in Massachusetts, lo stallo sulla riforma sanitaria, e nessuna notizia buona riguardante la crisi economica.  Una tempesta perfetta per qualsiasi politico.</p>
<p>Nel suo discorso dinnanzi al Congresso, Obama è stato determinato nel riaffermare il programma politico esposto durante la campagna elettorale del 2008, ma ha anche dimostrato di aver compreso che è molto più difficile far trovare un accordo fra democratici e repubblicani sui temi fondamentali per il paese di quanto lui si aspettasse.  Obama ha anche compreso quanto è difficile governare lo stesso partito democratico, fatto di tante anime, dalla conservatrice alla progressista.  Il controllo unilaterale del Senato, con 60 democratici contro i 40 dei repubblicani, che il partito di Obama aveva fino alla settimana scorsa, non è servito per far approvare la riforma sanitaria, perché alcuni senatori democratici sono effettivamente più a destra dei repubblicani.  La perdita del seggio di Ted Kennedy nel Massachusetts, dopo 47 anni di ininterrotto dominio democratico, ha riportato i democratici a 59 senatori, perdendo il diritto legale di bloccare qualsiasi tentativo di ostruzionismo parlamentare da parte dei repubblicani.</p>
<p>Secondo un sondaggio condotto per il Wall Street Journal/NBC, il 58 percento degli americani pensa che il paese stia andando nella direzione sbagliata, mentre solo il 28 percento crede che il governo federale funzioni bene.  Secondo lo stesso sondaggio, solo il 47 percento degli americani approva il lavoro che Obama sta facendo per risolvere la crisi economica.  La critica più ricorrente da parte dell’opinione pubblica è che il presidente spende troppe energie per portare avanti la riforma sanitaria a detrimento della creazione di posti di lavoro.  Ed è forse per questo che Obama, nel discorso sullo stato dell’Unione, ha detto agli americani che la sua preoccupazione principale è l’economia e la creazione di posti di lavoro, ma che non ha nessun’intenzione di abbandonare le iniziative che sono al centro della sua azione politica, come la riforma del sistema sanitario.</p>
<p>Gli altri obiettivi principali che il presidente aveva enunciato per il primo anno di presidenza, oltre alla riforma del sistema sanitario, non sono stati raggiunti.  Non è riuscito a chiudere la prigione di Guantanamo.  Non è riuscito ad imporre limiti sull’emissione di gas inquinanti.  Non ha riformato il sistema finanziario.  Non ha firmato un nuovo patto con la Russia per le riduzioni degli armamenti.  Queste sono iniziative politiche ancora vive, e forse a breve avranno un seguito, ma, per il momento, il presidente ha dovuto affrontare la cruda realtà che i tempi della politica americana richiedono costanti compromessi e attenzioni rivolte agli interessi di una miriade di gruppi di pressione rappresentati nel Congresso.  Obama voleva bloccare l’influenza delle lobby sulla politica, ma, anche in questo campo, non è riuscito ancora a registrare alcun passo in avanti.  Le lobby sono presenti a Washington, facendo il lavoro di sempre, pur adattandosi a nuove regole, ma rimanendo influenti come prima. <span id="more-908"></span></p>
<p>Il presidente ha assunto la responsabilità per le recenti sconfitte elettorali del partito democratico, riaffermando, nel suo discorso, di aver compreso bene il messaggio che gli elettori gli hanno inviato.  Obama ha proposto una serie di nuovi incentivi fiscali per favorire la creazione di posti di lavoro da parte della piccola e media impresa, riducendo anche la pressione tributaria.  Ha proposto un congelamento della spesa per tre anni dal 2011 per alcuni settori del governo federale, ricevendo un moderato sostegno da parte della destra repubblicana e democratica ma ampie critiche da parte della sinistra del suo partito.  Il presidente è intenzionato a riordinare le priorità della sua agenda politica, cercando di ricreare un clima di fiducia da parte degli americani nei confronti della politica del governo federale.</p>
<p>Il 67 percento degli americani disapprova il lavoro fatto dal Congresso, secondo un sondaggio del 23 gennaio 2010 condotto per la National Public Radio.  Obama ha un gradimento più alto del Congresso, ma non può ritenersi soddisfatto, perché promise, in campagna elettorale e nei primi discorsi da presidente, che avrebbe saputo sconfiggere il settarismo nel Congresso e avrebbe unito democratici e repubblicani sui grandi temi.  Obama ha a disposizione pochi mesi per mantenere questa promessa prima che democratici e repubblicani sposteranno la loro attenzione sulle elezioni del prossimo novembre per rinnovare la Camera e un terzo del Senato.  Ma, come Obama ha annunciato nel suo discorso, lui non si arrende.</p>
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		<title>Obama e l’arte del compromesso</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 18:43:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti civili negli USA]]></category>
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		<description><![CDATA[Primo anno di presidenza Obama
 
Anthony M. Quattrone
L’azione politica di Barack Obama nel suo primo anno di presidenza è stata caratterizzata dal compromesso.  Ironicamente, Obama può contare su di un’ampia maggioranza democratica sia alla Camera, sia al Senato, ma non può contare su di un partito democratico unito, pronto a sostenerlo al Congresso.  [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=898&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p><strong><span style="text-decoration:underline;">Primo anno di presidenza Obama</span></strong></p>
<div id="attachment_902" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><strong><strong><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/12/obama-at-xmas-2009.jpg"><img class="size-medium wp-image-902" title="Obama" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/12/obama-at-xmas-2009.jpg?w=300&#038;h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></span></strong></strong><p class="wp-caption-text">President Barack Obama visits a Boys and Girls Club in Washington, Monday, Dec. 21, 2009, to read a book and give out cookies to children. (AP Photo/Charles Dharapak)</p></div>
<p><strong> </strong></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>L’azione politica di Barack Obama nel suo primo anno di presidenza è stata caratterizzata dal compromesso.  Ironicamente, Obama può contare su di un’ampia maggioranza democratica sia alla Camera, sia al Senato, ma non può contare su di un partito democratico unito, pronto a sostenerlo al Congresso.  L’anima progressista si è scontrata in diverse occasioni con quella conservatrice, e, solo grazie all’abilità di mediare da parte della dirigenza democratica, e da parte di Obama in prima persona, è stato possibile portare avanti parte del programma proposto durante la campagna elettorale.  Forse è proprio l’abilità di Obama di trovare una via di mezzo, un compromesso, che ha sorpreso maggiormente gli osservatori politici americani.  Obama è disposto a considerarsi soddisfatto e vincente anche quando una sua proposta è ridotta all’osso attraverso il dibattito parlamentare.  La riforma sanitaria, tanto sostenuta da Obama in campagna elettorale, è un esempio della propensione del presidente di effettuare compromessi per salvare il salvabile, e per fare avanzare di qualche passo il suo programma politico.</p>
<p>L’insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti il 20 gennaio dell’anno che sta per finire è stato sicuramente un evento storico perchè è il primo afro americano eletto alla massima carica dello Stato americano.  Lo stesso evento è stato anche una fonte di preoccupazione per gli osservatori della politica americana, perchè il resoconto della carriera politica del giovane presidente includeva solo l’elezione a senatore per lo stato dell’Illinois.  Con la fine dell’anno, si inizia a tirare le somme per valutare l’efficacia di Obama, se ha tenuto le promesse fatte, e se il Paese sta meglio o peggio di quando si è insediato alla presidenza.  Quello che traspare è che Obama è veramente abile nell’avanzare il suo programma politico, cercando il compromesso dove si può, con grande senso pragmatico.</p>
<p>Il sito Internet <a href="http://www.politifact.com/truth-o-meter/promises/" target="_blank">www.politifact.com</a>, che appartiene al St. Petersburg Times, svolge un ruolo di costante monitoraggio rispetto all’azione politica di Obama, attraverso la compilazione di una lista di 513 promesse fatte dal presidente durante la campagna elettorale.  Ad oggi, il presidente ha portato a compimento 102 azioni nella lista delle promesse, mantenendone 75, facendo compromessi riguardanti 18, e rompendone 9.  Delle restanti 411 promesse, 202 riguardano azioni politiche attualmente in pieno svolgimento, 39 sono bloccate in una situazione di stallo, e per 170 non ci sono ancora abbastanza elementi da dare una valutazione definitiva.</p>
<p>I numeri delle promesse fatte rispetto a quelle mantenute e quelle rotte sono interessanti, e possono essere integrate dalle rilevazioni dei maggiori sondaggi sul gradimento nei confronti del presidente da parte degli americani.  Secondo <a href="http://www.gallup.com/poll/113980/gallup-daily-obama-job-approval.aspx/" target="_blank">un sondaggio svolto dalla Gallup</a> durante il periodo fra il 16 e il 18 dicembre, il 50 percento degli americani manifestano il gradimento nei confronti di Obama, e il 43 gli è contrario.  I risultati più recenti non sono certamente comparabili al margine favorevole che la Gallup ha registrato durante la prima settimana della presidenza, quando Obama godeva di un livello di approvazione pari al 64 percento contro un’opinione sfavorevole contenuta al 17.  Un sondaggio della Rasmussen, datato 17 dicembre 2009, è forse più preoccupante per il giovane presidente, perchè registra un divario abbastanza consistente fra il 26 percento degli elettori che danno ad Obama un altissimo gradimento, e il 41 che manifesta un alto livello di disapprovazione.  Lo stesso tipo di sondaggio fatto dalla Rasmussen dieci mesi fa dava ad Obama una proporzione inversa, con coloro che mostravano un alto gradimento in netto vantaggio su quelli che manifestavano un’alta disapprovazione, per 40 a 20 percento. Sicuramente Obama non può aspettarsi grandi balzi in avanti nel gradimento nei suoi confrontri da parte degli elettori americani, se la crisi non rallenta in modo visibile, e migliaia di americani ritornano al lavoro.  <span id="more-898"></span></p>
<p>I temi cari ad Obama nel suo primo anno di presidenza hanno dovuto passare in secondo piano rispetto alla crisi economica.  La chiusura di Guantanamo, la battaglia per l’ambiente, il controllo del riscaldamento climatico, la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan, e la stessa lotta per la riforma sanitaria passano in subordine rispetto al tema fondamentale per la stragrande maggioranza dei cittadini americani, quello dell’andamento dell’economia.  Gli americani sono disposti a discutere qualsiasi riforma, di sostenere interventi a favore delle popolazioni disagiate in ogni angolo del mondo, di mandare i propri figli a combattere in nome della democrazia e della libertà, purché il cittadino della cosiddetta middle class abbia un decente posto di lavoro e la possibilità di attuare, almeno in parte, il sogno americano.  Per l’americano che ha perso il lavoro, che ha la casa pignorata, che non riesce a mandare i figli all’università, il presidente non deve essere distratto dalla riduzione dei gas inquinati per l’ambiente, la chiusura dell’obbrobrio di Guantanamo, o da altri temi che non sono legati direttamente alla ripresa economica.  Poi si potrà parlare di Guantanamo, della riforma del sistema sanitario, dell’ecologia, dell’Iraq o dell’Afghanistan.</p>
<p>Nel febbraio del 2009, a meno di un mese dall’insediamento, Obama è riuscito ad ottenere dal Congresso l’approvazione delle misure necessarie per stimolare l’economia.  Non è ancora chiaro se il pacchetto approvato dal Congresso sia effettivamente servito a rimettere in piedi l’economia americana.  E’ certo che le misure prese a favore degli istituti finanziari, durante gli ultimi mesi dell’amministrazione di George W. Bush, ed appoggiate da Obama, sono servite per salvare il sistema bancario americano.  Ed è anche certo che Wall Street e l’intero sistema finanziario è di nuovo in piedi, vibrante come non mai, con l’indice Dow Jones che è tornato quasi stabilmente sopra quota 10 mila, dopo essere scivolato a 6.626 il 6 marzo 2009.</p>
<p>I dati della disoccupazione e del pignoramento degli immobili non danno al cittadino medio americano alcuna indicazione se le misure adottate per stimolare l’economia stiano funzionando.  Secondo <a href="http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm" target="_blank">le statistiche ufficiali del dipartimento del lavoro americano</a>, a novembre i disoccupati hanno raggiunto 15,5 milioni, pari al dieci percento della forza lavoro.  <a href="http://www.realtytrac.com/contentmanagement/pressrelease.aspx?channelid=9&amp;itemid=7706" target="_blank">Nel trimestre estivo, sono state pignorate, per morosità nel pagamento delle rate dei mutui, ben 937 mila abitazioni, pari ad un immobile su ogni 136 unità soggette ad ipoteca.</a> Anche la fiducia dei consumatori, misurato ogni mese dalla University of Michigan, è ai minimi storici.  Nel mese di dicembre c’è stato un leggero miglioramento rispetto a novembre, con un salto da 67,4 a 73,4, ma è sempre sotto quota 100 stabilito nel 1964.  Insomma, la condizione economica e le prospettive per il futuro da parte del ceto medio americano sono ancora negative.</p>
<p>Il pragmatismo di Obama è dettato anche dalla sua consapevolezza che l’americano medio mostra una generale ostilità nei confronti di qualsiasi intervento statale.  Secondo <a href="http://www.rasmussenreports.com/public_content/politics/mood_of_america/america_s_best_days" target="_blank">un sondaggio pubblicato dalla Rasmussen il 17 dicembre 2009</a>, il 66 percento degli americani preferisce una generale riduzione delle tasse piuttosto che un incremento dei servizi da parte dello Stato.  Addirittura il 51% degli elettori democratici preferiscono una riduzione delle tasse, anche se questa può portare ad una conseguente riduzione dei servizi forniti dallo Stato.  La proposta di riforma sanitaria portata avanti da Obama trova molti oppositori proprio fra i democratici nel Congresso che si oppongono a qualsiasi ampliamento del settore pubblico.  L’americano medio è scettico sulla capacità da parte dello Stato di gestire qualsiasi cosa al di fuori della sicurezza nazionale e delle forze armate.</p>
<p>Altri sondaggi pubblicati nelle scorse settimane rilevano che gli americani sono scettici a riguardo delle proposte portate avanti da Obama sia sul controllo dell’emissione di gas inquinanti (43 percento a favore e la stessa percentuale contro), sia sulla necessità di regolare meglio gli istituti finanziari (con il 63 percento contrari).  L’antistatalismo degli americani si manifesta anche per quanto riguarda la percezione che hanno nei confronti dei dipendenti pubblici.  Infatti, <a href="http://www.rasmussenreports.com/public_content/business/jobs_employment/december_2009/59_say_average_government_worker_earns_more_than_average_taxpayer" target="_blank">un altro sondaggio indica che il 51 percento degli americani pensa che gli impiegati statali guadagnano, in media, molto più dei dipendenti del settore privato.</a></p>
<p>Obama ha dimostrato una straordinaria capacità di accettare il compromesso come mezzo per avanzare le sue proposte nella direzione voluta, scegliendo il pragmatismo ed evitando di cadere nel massimalismo.  Gli ultimi due esempi sono la proposta uscita dalla conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è chiuso pochi giorni fa a Copenhagen, e l’accordo che si sta sviluppando nel Congresso americano a proposito della riforma sanitaria.  In entrambi i casi, Obama ha accettato il paradigma della “mezza via” piuttosto che battersi per il tutto o niente.</p>
<p>In questo contesto, Obama conclude un anno storico, e, fra circa un mese, terrà il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, in cui dovrà dire ai suoi concittadini quale è la condizione del Paese, e dove intende condurlo.  Poi, dopo dieci mesi, gli americani esprimeranno il loro gradimento o la loro contrarietà per le politiche del giovane presidente, quando a novembre, nel segreto delle urne, saranno chiamati a rinnovare l’intera Camera e un terzo del Senato.  Così funziona la democrazia.</p>
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		<title>Senza l’aiuto del Pakistan, non si vince in Afghanistan</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 20:54:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[Il presidente americano ha ritirato il 10 dicembre 2009  il Premio Nobel per la Pace
Anthony M. Quattrone
La guerra in Afghanistan non può essere vinta senza la collaborazione fattiva del Pakistan. E’ quanto Barack Obama ha più volte sostenuto sia nel corso della campagna elettorale, sia da quando ha iniziato il suo mandato presidenziale.  Obama [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=889&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p><a href="http://www.whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-acceptance-nobel-peace-prize" target="_blank"><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;">Il presidente americano ha ritirato il 10 dicembre 2009  il Premio Nobel per la Pace</span></span></a></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<div id="attachment_892" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/12/nobel-prize-ceremony-10-dec-09.jpg"><img class="size-medium wp-image-892" title="Nobel prize ceremony 10 dec 09" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/12/nobel-prize-ceremony-10-dec-09.jpg?w=300&#038;h=218" alt="" width="300" height="218" /></a><p class="wp-caption-text">U.S. President and Nobel Peace Prize laureate Barack Obama laughs after receiving his medal and diploma from Nobel committee chairman Thorbjorn Jagland at the Nobel Peace Prize ceremony at City Hall in Oslo December 10, 2009. The United States must uphold moral standards when waging wars that are necessary and justified, Obama said on Thursday as he accepted the Nobel Prize for Peace. REUTERS/John McConnico/Pool (Norway Politics)</p></div>
<p>La guerra in Afghanistan non può essere vinta senza la collaborazione fattiva del Pakistan. E’ quanto Barack Obama ha più volte sostenuto sia nel corso della campagna elettorale, sia da quando ha iniziato il suo mandato presidenziale.  Obama ha evidenziato il suo pensiero durante <a href="http://www.whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-address-nation-way-forward-afghanistan-and-pakistan" target="_blank">il discorso che ha tenuto a West Point il primo dicembre</a>, quando ha annunciato l’incremento delle truppe americane da inviare in Afghanistan, dichiarando che “il nostro successo in Afghanistan è inestricabilmente legato alla nostra partnership con il Pakistan”.</p>
<p>La strategia americana nei confronti del Pakistan è influenzata sicuramente dalla duplice natura della risposta pachistana alla richiesta di aiuto da parte degli americani per combattere il terrorismo islamico.  Da un lato, i governanti di Islamabad dichiarano una totale disponibilità nell’impedire che il territorio pachistano possa essere usato come santuario per gli estremisti islamici.  Dall’altro lato, Islamabad non vuole provocare reazioni da parte degli estremisti, evitando così un’eventuale campagna terroristica sul fronte interno.  Obama ha chiaramente descritto l’ambivalenza pachistana nel suo discorso a West Point, quando ha detto che “ci sono stati coloro in Pakistan che hanno sostenuto che la lotta contro l’estremismo non è la loro battaglia, e che è nell’interesse del Pakistan fare poco, cercando un compromesso con coloro che usano la violenza”.</p>
<p>Non è chiaro, tuttavia, perchè Obama ha usato il passato per descrivere l’ambivalenza pachistana.  Secondo i giornalisti David E. Ranger e Eric Schmitt del New York Times, Obama non ha voluto esprimere chiaramente quale è l’opinione americana rispetto all’attuale atteggiamento pachistano, per non alienare il governo guidato da Asif Ali Zardari o l’esercito pachistano comandato dal generale Ashfaq Parvez Kavani.</p>
<p>I due giornalisti della testata newyorchese hanno rivelato,<a href="http://www.nytimes.com/2009/12/08/world/asia/08policy.html?th&amp;emc=th" target="_blank"> in un articolo pubblicato il 7 dicembre 2009,</a> che l’amministrazione Obama avrebbe aumentato la pressione sui governanti pachistani già un mese fa, prima che Obama prendesse la decisione sull’aumento delle truppe americane da inviare in Afghanistan.  Secondo i giornalisti, il generale Jim Jones, consigliere della sicurezza nazionale americana, e John O. Brennan, capo del contro terrorismo americano, hanno incontrato i capi delle forze armate pachistane e dei loro servizi di intelligence, per consegnare un messaggio secco e diretto ai governanti pachistani: o fate di più per combattere i gruppi taleban che attaccano le forze americane dalla parte pachistana del confine con l’Afghanistan, e che prendono rifugio in quella parte dopo aver sferrato attacchi in territorio afgano, o gli Stati Uniti interverranno con molta più forza e determinazione, anche in territorio pachistano, lungo il confine che lo separa dall’Afghanistan.<span id="more-889"></span></p>
<p>Gli Stati Uniti già intervengono da 14 mesi con attacchi mirati da parte dei “Predator”, i piccoli aerei teleguidati senza equipaggio, contro i taleban in territorio pachistano, colpendoli dall’aria. Nel settembre 2008 trapelò la notizia che le forze speciali americane avevano oltrepassato il confine con il Pakistan, perseguendo un gruppo di combattenti taleban dopo che questi avevano fatto un’incursione in Afghanistan.  In quella occasione, <a href="http://www.nytimes.com/2008/09/04/world/asia/04attack.html?pagewanted=all" target="_blank">il <em>New York Times</em> scrisse che tre elicotteri americani avevano seguito i taleban</a>, e che uno degli elicotteri era atterrato in territorio pachistano sbarcando le forze speciali, che hanno poi ingaggiato i taleban in un duro combattimento.  Il governo pachistano si lamentò con gli Stati Uniti perchè l’incursione terrestre aveva causato vittime fra la popolazione civile.</p>
<p>L’uso dei Predator contro i taleban in territorio pachistano non aiuta l’immagine degli Stati Uniti fra la popolazione pachistana, sia per il numero delle vittime civili, sia per la violazione della sovranità del Pakistan.  Secondo un sondaggio condotto dalla Gallup Pakistan, soltanto il 9 percento dei pachistani è a favore dell’uso dei Predator, mentre il 65 percento è totalmente contrario.  Secondo lo stesso sondaggio, per la maggioranza dei pachistani, gli Usa sono il maggior pericolo per il paese, superando di gran lunga l’arcinemico di sempre, l’India, e gli stessi taleban pachistani.</p>
<p>L’uso dei Predator non è fonte di preoccupazione soltanto per i governanti di Islamabad.  Secondo alcuni osservatori americani, le vittime civili causate dalle incursioni dei Predator sono sottostimate nelle cifre ufficiali fornite dall’amministrazione Obama.  <a href="http://www.nytimes.com/2009/12/04/world/asia/04drones.html?pagewanted=all" target="_blank">Scott Shane del <em>New York Times</em> scrive, in un articolo del 3 dicembre 2009</a>, che secondo un funzionario del governo Usa, che vuole rimanere anonimo, nelle 80 operazioni condotte dai Predator negli ultimi due anni, circa 400 militanti sono stati uccisi, mentre le vittime fra i civili sarebbero solo venti.  Per altri osservatori, il conto dei civili uccisi è sicuramente più alto.  Per Tom Parker, il direttore dell’ufficio antiterrorismo di Amnesty International, la stima dei morti fra i civili è sicuramente errata, come spesso è accaduto, quando si sono contati i civili che sono stati uccisi nelle incursioni fatte nelle guerre passate. Parker è anche preoccupato per gli attacchi fatti con i Predator, perché disumanizzano l’uccisione e “rendono più facile tirare il grilletto”.</p>
<p>Obama ha mandato un chiaro messaggio ad Islamabad attraverso Jones e Brennan.  Obama ha sintetizzato, nella comunicazione ai pachistani, sia la determinazione americana di usare la forza per difendere i propri interessi nazionali, sia la volontà di trovare un accordo, un compromesso che soddisfi americani e pachistani.  Nel caso della guerra in Afghanistan, Obama ha bisogno del sostegno di Islamabad.  Se i pachistani decideranno di continuare nell’apparente ambiguità che hanno mostrato negli ultimi dieci anni nei rapporti che hanno avuto con i taleban, Obama non avrà altra opzione se non quella di violare il confine pachistano militarmente per snidare i taleban.</p>
<p>Obama ha ritiritato proprio ieri ad Oslo il Premio Nobel per la pace  &#8212; ora si dovrà vedere come saprà sintetizzare, nella sua strategia per l’Afghanistan, l’uso della diplomazia con l’uso della forza militare.</p>
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		<title>Afghanistan: Ora è la guerra di Obama</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 22:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera]]></category>
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		<description><![CDATA[Il messaggio è chiaro: agli avversari, Obama tende la mano, mentre a chi ha deciso di essere un nemico mortale per l’America, mostra la canna del fucile.
Anthony M. Quattrone
Il titolo d’apertura del giornale non ufficiale delle forze armate americane Stars and Stripes del 2 dicembre 2009 è emblematico: “Ora è la guerra di Obama”.  [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=883&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p><a href="http://www.whitehouse.gov/the-press-office/remarks-president-address-nation-way-forward-afghanistan-and-pakistan" target="_blank"><span style="color:#0000ff;"><strong><span style="text-decoration:underline;">Il messaggio è chiaro: agli avversari, Obama tende la mano, mentre a chi ha deciso di essere un nemico mortale per l’America, mostra la canna del fucile.</span></strong></span></a></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<div id="attachment_885" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/12/obama-at-west-point-1-dec-09.jpg"><img class="size-medium wp-image-885" title="Obama US Afghanistan" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/12/obama-at-west-point-1-dec-09.jpg?w=300&#038;h=189" alt="" width="300" height="189" /></a><p class="wp-caption-text">President Barack Obama greets cadets after speaking about the war in Afghanistan at the U.S. Military Academy at West Point, N.Y., Tuesday, Dec. 1, 2009. (AP Photo/Charles Dharapak)</p></div>
<p>Il titolo d’apertura del giornale non ufficiale delle forze armate americane Stars and Stripes del 2 dicembre 2009 è emblematico: “Ora è la guerra di Obama”.  Il discorso che il presidente americano Barack Obama ha tenuto martedì all’accademia militare di West Point, quando ha annunciato l’invio di 30 mila soldati in Afghanistan “finire il lavoro iniziato otto anni fa”, suggella la sintonia fra la Casa Bianca e i vertici delle forze armate americane, che forse non era stata contemplata da parte del Pentagono come possibile un anno fa, quando Obama è stato eletto.  Il titolo del giornale è quasi liberatorio nei confronti del peggior incubo che qualsiasi soldato americano può avere, vale a dire, quello che il suo Comandante in Capo, non lo sosterebbe, mentre è in corso la guerra.  Con il suo discorso, Obama ha chiarito ogni dubbio, dopo aver studiato a fondo le opzioni presentate dai vertici militari, e anche dagli analisti civili, su come finire il lavoro in Afghanistan, e ha optato per l’invio delle truppe a sostegno del lavoro del generale Stanley McChrystal.</p>
<p>Il discorso di Obama dinnanzi ai cadetti, trasmesso in diretta televisiva, è servito anche per rassicurare i militari che il paese non sarà vittima della sindrome del Vietnam, della guerra che si perde a Washington, nei palazzi della politica, ancora prima di essere combattuta sul campo.  Le differenze fra Afghanistan e Vietnam sono lampanti, secondo il presidente.  In Afghanistan, a differenza del Vietnam, l’America combatte assieme ad un’alleanza di 43 paesi, che considerano legittimo l’intervento americano contro i taleban.  A differenza del Vietnam, in Afghanistan, l’America non si trova a lottare contro un’insurrezione appoggiata da larghi strati della popolazione.  Per Obama, è di fondamentale importanza il fatto che gli Usa combattono in Afghanistan contro al Qaida, e contro i taleban che li hanno ospitati nel paese, ovvero contro coloro che hanno sferrato il criminale attacco dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington.</p>
<p>La chiamata alle armi di Obama e la decisione di appellarsi agli alleati della NATO per portare a termine il lavoro iniziato otto anni fa in Afghanistan può essere letta nella più ampia strategia che il presidente americano sta portando avanti nel rinnovamento della politica estera americana.  Mentre da un lato il presidente si dimostra aperto al dialogo con tutti, dall’altro dimostra la determinazione ad usare la forza con chi minaccia in un modo serio ed inequivocabile la sicurezza Usa.  Il messaggio è chiaro: agli avversari, Obama tende la mano, mentre a chi ha deciso di essere un nemico mortale per l’America, mostra la canna del fucile. <span id="more-883"></span></p>
<p>Obama ha scelto di annunciare l’aumento delle truppe americane durante un discorso dinnanzi ai cadetti come parte del cambio di stile che ha improntato al rapporto fra le forze armate impegnate nella guerra e il paese che continua a vivere, tutto sommato, nelle abitudini legate alla quotidianità, lontano dal campo di battaglia.  Obama non nasconde i cadaveri degli eroi che tornato avvolti nella bandiera a stelle e strisce.  Non esita a scrivere ai cari dei caduti.  Va ad accogliere le salme.  Il presidente, nel suo ruolo di Comandante in Capo delle forze armate americane, è ben consapevole che sarà lui a dover mandare in guerra proprio quei ragazzi cui si è rivolto martedì all’accademia di West Point.  Se la guerra in Afghanistan andasse avanti per ancora due anni, almeno due classi di cadetti potrebbero vedere il fronte. Alcuni fra quei ragazzi potrebbero perdere la vita, o tornare mutilati.  Le responsabilità di un leader non possono essere celate dietro al silenzio stampa o la vergognosa censura del ritorno in patria delle bare.</p>
<p>La sinistra democratica è ostile al presidente per la coraggiosa decisione che ha preso martedì di aumentare le truppe.  Avrebbero voluto l’abbandono dell’Afghanistan al suo destino.  La destra repubblicana è ostile al presidente perché ha chiaramente indicato che l’aumento delle truppe è indirizzato a finire il lavoro in Afghanistan, con l’intenzione di lasciare il paese nel 2011, se le condizioni sul campo lo permetteranno.  Il presidente non si è lasciato influenzare né dalla destra né dalla sinistra, e ha preferito dare ascolto ai suoi consiglieri politici e militari, per affrontare in modo sistemico il problema afgano, partendo proprio dalla definizione del problema stesso.  Per Obama, permettere all’Afghanistan di tornare ad essere il covo in cui al Qaeda e altri terroristi possono sviluppare le loro reti per poi attaccare l’America e i suoi alleati non è accettabile.  Per Obama non è accettabile nemmeno firmare un assegno in bianco, permettendo al governo Karzai di sfruttare in eterno la presenza americana e degli alleati, evitando di “bonificare” ampi settori dello stato afgano che continuano ad ingrassare attraverso la corruzione ed il malaffare.</p>
<p>La decisione di Obama di aumentare le truppe, e di stabilire una tabella di marcia verso il disimpegno americano, dopo aver debellato il pericolo terrorista, è un chiaro messaggio per i taleban, per il governo Karzai, e per i politici afgani.  I taleban possono ancora scegliere di abbandonare la lotta contro l’America e i suoi alleati.  Karzai e i politici afgani possono decidere di mettere ordine in casa propria, debellando le inefficienze e la corruzione.  Sia i taleban, sia il governo afgano dovranno confrontarsi con la determinazione americana di venire a capo della situazione di stallo.  Secondo l’ammiraglio Mike Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate americane, gli insorti hanno guadagnato “un’influenza dominante” in undici delle 34 province afgane.  Secondo il ministro della difesa, Robert Gates, “le aree controllate dai taleban possono divenire di nuovo, in brevissimo tempo, dei santuari per al Qaida” e permetterebbero ai militanti che operano in Pakistan di trovare rifugio.</p>
<p>Nel suo discorso ai cadetti, Obama ha voluto ricordare al mondo intero che l’America non è interessata ad occupare né l’Afghanistan, né nessun altro paese.  Gli americani vogliono vivere in pace con tutti, ma sono anche un popolo molto determinato, che sa essere unito, e sa rimanere unito dinnanzi ai pericoli mortali per il paese.  Debellare il terrorismo e rendere inefficaci coloro che sono pronti ad ospitare i terroristi in Afghanistan sono di importanza vitale per l’America. Questa “ora è la guerra di Obama”, come titola lo Stars and Stripes.</p>
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		<title>Il dopo Cina di Obama: l’agenda è fittissima</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 19:56:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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E’ risaputo che l’agenda di un qualsiasi presidente americano è sicuramente occupata da un accavallarsi di impegni, e, quando le traiettorie di alcuni eventi si intersecano inaspettatamente, può diventare difficile per l’osservatore politico tenere il passo dei lavori presidenziali.  Nel caso di Barack Obama, o sarà per la sua relativa gioventù, o per [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=878&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p>Anthony M. Quattrone</p>
<div id="attachment_880" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/obama-singh-at-white-house-24-nov-09.jpg"><img class="size-medium wp-image-880 " title="US India Obama Singh" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/obama-singh-at-white-house-24-nov-09.jpg?w=300&#038;h=231" alt="" width="300" height="231" /></a><p class="wp-caption-text">President Barack Obama greets Prime Minister Manmohan Singh of India during a State Arrival ceremony in the East Room of the White House, Tuesday, Nov. 24, 2009 in Washington. (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais)</p></div>
<p>E’ risaputo che l’agenda di un qualsiasi presidente americano è sicuramente occupata da un accavallarsi di impegni, e, quando le traiettorie di alcuni eventi si intersecano inaspettatamente, può diventare difficile per l’osservatore politico tenere il passo dei lavori presidenziali.  Nel caso di Barack Obama, o sarà per la sua relativa gioventù, o per la particolare contingenza &#8212; dopo il suo ritorno dal viaggio ufficiale in Cina, si sono susseguiti una serie di eventi politici, di cui alcune di rilevanza storica, che fanno pensare ad un attivismo presidenziale, che non lascia tempo per respirare.  Le lunghe pause fra un evento e un altro, cui ci aveva abituato George W. Bush, fanno ormai parte di un passato remoto.  L’attivismo presidenziale esige che tutto sia fatto subito, perché non c’è tempo da perdere.</p>
<p>Sabato scorso, 21 novembre, Obama è riuscito a convincere i 58 senatori democratici e i due indipendenti alleati dei democratici, a votare a favore del dibattito sulla riforma sanitaria, impedendo ai senatori repubblicani di portare avanti un’eventuale azione di ostruzionismo parlamentare.  Il dibattito, che inizia al rientro della festività di ieri del Thanksgiving, si concluderà prima della fine dell’anno, e Obama ha già iniziato un formidabile lavoro di convincimento nei confronti di quei pochi senatori democratici che potrebbero votare contro la riforma.  Già tre settimane fa, Obama era riuscito ad ottenere, inaspettatamente, il voto favorevole della Camera a sostegno della riforma sanitaria, superando anche le divisioni interne al partito democratico, fra conservatori e progressisti. Anche al Senato, così come alla Camera, la destra democratica è preoccupata per la copertura economica della riforma sanitaria, e non vorrebbe che questa vada cercata attraverso l’incremento della tassazione sui redditi dei ceti medi.</p>
<p>Lunedì 23, poi,Obama si è riunito con il “consiglio di guerra”, composto dai suoi più stretti collaboratori in materia di sicurezza nazionale, per arrivare ad una soluzione rispetto alla richiesta fatta dal generale Stanley McChrystal, il comandante americano delle forze NATO in Afghanistan, di aumentare il numero dei soldati americani dispiegati nel paese, ricalcando il successo della strategia del “surge”, elaborata e attuata dal generale David Petraeus in Iraq due anni fa.  Secondo alcune notizie trapelate il 24 novembre 2009 Obama sarebbe intenzionato ad accogliere, in larga parte, la richiesta fatta di inviare almeno 30 mila soldati per rafforzare la forza Usa sul campo di battaglia.  Attualmente, in Afghanistan ci sono 68 mila militari americani e 42 mila truppe di altri paesi.<span id="more-878"></span></p>
<p>Obama dovrebbe annunciare la sua decisione fra qualche giorno, durante un discorso che deve fare all’accademica militare di West Point il primo dicembre.  Nel frattempo, il presidente sta già consultando alcuni influenti membri del Congresso, per ottenere il loro appoggio, specialmente per garantire la copertura economica del nuovo “surge”. Il costo dell’impegno americano in Afghanistan ha già raggiunto la quota di 43 miliardi di dollari annuali, e, con la richiesta del generale McChrystal, il costo potrebbe raggiungere 73 miliardi.</p>
<p>Obama sta anche contattando le cancellerie dei paesi alleati per ottenere garanzie sull’aumento delle loro truppe in Afghanistan, a sostegno del nuovo “surge”.  Il Segretario di Stato, Hillary Clinton, che dovrebbe riunirsi con gli alleati della NATO a Bruxelles il 7 dicembre 2009, chiederà maggiore impegno da parte dei paesi alleati per completare il lavoro in Afghanistan.  Secondo una nota di Palazzo Chigi, Obama ha anche chiamato il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, il quale ha garantito che anche l’Italia parteciperà allo sforzo richiesto.  Secondo Palazzo Chigi, la questione sarà “approfondita nei dettagli in occasione di un prossimo incontro tra il ministro degli Esteri Frattini ed il segretario di Stato Clinton” in Belgio a dicembre.</p>
<p>Ancora. Martedì 24, la coppia presidenziale americana ha tenuto la prima cena di stato, offerta per il premier indiano Manmohan Singh premier indiano, accompagnato dalla moglie Gursharan Kaur.  La scelta di offrire la prima cena di stato proprio per gli ospiti indiani va letta nel contesto del recente viaggio che Obama ha concluso in Cina, considerata un’acerrima avversaria dell’India.  I due giganti asiatici hanno combattuto diverse guerre, e le schermaglie al confine fra i due paesi, specialmente nella zona indiana dell’Arunachal Pradesh, non sono rari.  Durante la visita del premier indiano al Congresso americano, il presidente della Camera, Nancy Pelosi, ha ringraziato l’India per l’ospitalità che ha dato e continua a dare al Dalai Lama e ai rifugiati tibetani, fuggiti dal Tibet dopo l’occupazione cinese del loro paese cinquanta anni fa.</p>
<p>L’attivismo presidenziale non si ferma con la cena di stato e il discorso che terrà il primo dicembre a West Point sull’invio di nuove truppe in Afghanistan, ma continuerà anche con la partecipazione di Obama alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici sul clima che si terrà a Copenhagen il 7 dicembre 2009, dove il presidente americano annuncerà il formale impegno del suo paese per ridurre sostanzialmente la produzione di gas inquinanti.  Poi partirà per Oslo dove ritirerà il Premio Nobel per la Pace il 10 dicembre 2009.</p>
<p>L’immagine di un Obama così attivo e ottimista è sicuramente di buon auspicio per la realizzazione degli impegni che ha preso con gli elettori americani e con i suoi simpatizzanti in tutto il mondo.</p>
<p>www.politicamericana.com</p>
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		<title>La nuova pax americana riparte dalla scacchiera asiatica</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 12:23:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diana De Vivo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diana De Vivo

Inizia il 13 Novembre il tour diplomatico del Presidente americano Obama in Asia, una scacchiera internazionale delicata, crocevia di ancestrali culture, ineludibile punto di intersezione tra le politiche globali e gli equilibri regionali.
Spazio in ascesa, sul versante economico-politico e demografico, l’Asia tende ad occupare una posizione rilevante all’interno delle policy statunitensi, come confermato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=868&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p>Diana De Vivo</p>
<p><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/obama2.jpg"><img class="size-medium wp-image-870 alignright" title="Barack Obama durante il suo tour diplomatico in Asia Orientale." src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/obama2.jpg?w=300&#038;h=191" alt="" width="300" height="191" /></a></p>
<p>Inizia il 13 Novembre il tour diplomatico del Presidente americano Obama in Asia, una scacchiera internazionale delicata, crocevia di ancestrali culture, ineludibile punto di intersezione tra le politiche globali e gli equilibri regionali.<br />
Spazio in ascesa, sul versante economico-politico e demografico, l’Asia tende ad occupare una posizione rilevante all’interno delle policy statunitensi, come confermato dai dossier che hanno contraddistinto gli incontri di vertice tra il Presidente statunitense ed i leader asiatici.</p>
<p>Clima, Corea del Nord, debito estero, squilibri commerciali: temi caldi sui quali Obama intende tessere le fila del suo approccio multilateralista, e, allo stesso tempo, restituire agli Usa un ruolo centrale nel processo di decision-making all’interno dell’area, istituendo una partnership stabile.</p>
<p>Malgrado la crescente popolarità delle tesi di diversi analisti che proclamano l’espulsione dagli Usa dai suoi avamposti asiatici, le tendenze attuali non sembrano confermare tale orientamento dato il supporto offerto costantemente dagli Stati Uniti ai governi della regione nella lotta al terrorismo internazionale (che possiede vaste ramificazioni all’interno del continente), e la garanzia di sicurezza fornita dall’ombrello atomico statunitense a Corea del Sud, Taiwan ed, in misura minore, Giappone.</p>
<p>Correggere alcune ambiguità, consolidare numerose certezze, sciogliere diversi nodi qualificano i tre imperativi categorici che hanno contraddistinto il viaggio del Presidente, incentrato interamente sul dialogo costruttivo e sulla cooperazione allargata con i leader di un continente che tende progressivamente a ritagliarsi spazi di autonomia, costruendo la propria rete di alleanze economico-finanziarie (in parte al di fuori della cornice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio) e le proprie istituzioni multilaterali, sullo slancio detonatore innescato dalla locomotiva cinese.</p>
<p>Ma la strada per Pechino passa da Tokyo per proseguire in seguito al vertice dell’APEC (Singapore): Obama approda in Giappone, guidato dal neo-eletto governo di Yukio Hatoyama, esponente del partito democratico, in un momento cruciale in cui le relazioni diplomatiche tra i due governi sono al punto più basso: sul banco degli imputati un accordo del 2006 che prevede lo spostamento della base militare statunitense di Okinawa dalla sua collocazione attuale, all’interno del tessuto urbano dell’isola, ad una zona meno popolata, a cui dovrebbe seguire la ricollocazione di svariate migliaia di marine americani dalla stessa Okinawa alla base di Guam, nel Pacifico.</p>
<p>Tale trasferimento, concepito, sin dal principio, a spese del governo giapponese, ha costituito una delle principali piattaforme elettorali di Hatoyama, favorevole alla revisione dell’accordo stesso.</p>
<p>Il Presidente americano ha dimostrato, in tale occasione, la volontà di consolidare la propria alleanza storica con un paese che funge da testa di ponte in un continente economicamente e politicamente in ascesa e di riconfigurare e rinnovare, nel caso specifico, la propria presenza militare in vista di un “light military footprint”.</p>
<p>L’idea della ripartizione di alcune cariche della governance globale sottende l’approccio multilateralista seguito da Obama in questa delicata area del continente asiatico, un orientamento politico improntato a ciò che è stato definito quale “realismo etico” (“la grande pace capitalista” di Anatol Lieven, John Hulsman). <span id="more-868"></span><br />
Tale approccio in politica estera risente di una nuova base filosofica, che smorza i toni del realismo ortodosso (di cui il più compiuto esponente è Hans Morgenthau) e di una politica orientata alle strategie win-lose, riconoscendo i reali punti di forza e debolezza degli Usa e propagandando una sapiente miscela di morality, tatto, e practical common sense quale guida alla politica globale, sulla base di un ampio supporto internazionale.<br />
Quanto al nucleare, Stati Uniti e Giappone concordano sul fatto che resta di vitale importanza per la Corea del Nord sostenere e rispettare gli obblighi internazionali, ribadendo che la via maestra in vista del disarmo nucleare è il confronto del negoziato a sei.</p>
<p>Il tema del nucleare è stato glissato nel corso del forum APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) a Singapore, al quale Obama ha partecipato, per essere nuovamente ripreso, in seguito, a Pechino.</p>
<p>Si interrompe, al contrario, il lungo gelo diplomatico tra Stati Uniti e Myanmar: dal momento che la politica dell’embargo e delle sanzioni non ha offerto i risultati sperati, Obama tenta la strada del dialogo sul delicato tema dei diritti umani e dei prigionieri politici.</p>
<p>Al vertice APEC, come ampiamente prevedibile, i leader asiatici hanno sferrato una serie di critiche al nuovo protezionismo Usa, citando le clausole del “buy american” inserite in numerosi atti legislativi del Congresso. Quantunque Cina e Giappone siano i più grandi finanziatori del debito americano, Obama ha dichiarato che le economie asiatiche non possono puntare unicamente sul consumatore statunitense al fine di alimentare la propria famelica crescita. Occorre, dunque, elaborare un nuovo modello di sviluppo in vista di una crescita equilibrata e sostenibile, che si svincoli dalle strategie export-oriented, le quali, in occasione di cicli congiunturali recessivi, potrebbero veicolare un pericoloso effetto domino sul sistema economico e finanziario internazionale.</p>
<p>Gli Stati Uniti non possono sostenere, tuttavia, il ruolo di motore della crescita economica mondiale, a spese di un pesante indebitamento: è necessario che i giganti asiatici, trainati dalla locomotiva cinese, consumino ed importino di più.</p>
<p>Ed è proprio a Pechino che si gioca la vera partita sullo scacchiere asiatico: l’ascesa della potenza cinese non spaventa gli Stati Uniti, i quali non intendono adottare strategie di contenimento.</p>
<p>I punti all’ordine del giorno sono numerosi: la questione dei diritti umani, il Tibet, la politica monetaria, il clima, l’Afganistan.</p>
<p>In tale occasione, durante il suo incontro di vertice con il leader cinese, Hu Jintao, Obama chiede una ripresa del dialogo con i rappresentanti del Dalai Lama, sulla scia di un approccio soft, orientato alla cooperazione ed al dialogo, non ottendendo, tuttavia, dalla controparte evidenti rassicurazioni.</p>
<p>Il medesimo approccio è perseguito sul tema del clima: a meno di un mese dal vertice di Copenhagen, ove si tenterà di superare le defaillance di Kyoto, la Cina sembra non voler piegare il proprio crescente sviluppo alle urgenze ambientaliste dell’Occidente.</p>
<p>L’arma ben detenuta da Pechino, che vede la Cina nelle vesti di maggior creditore statunitense, pesa sul piatto della bilancia rispetto alle leve diplomatiche statunitensi: la partnership strategica, costantemente cercata da Hu Jintao, è stata rimpiazzata, dunque, dalla costruzione di un asse bilaterale in cui gli Usa si impegnano a non ostacolare, né contenere, la crescita economico-politica cinese.</p>
<p>Il “rinnovato” accordo di cooperazione tra i due paesi investirà, dunque, i settori dell’aviazione, dell’industria aerospaziale e della tecnologia ambientale.</p>
<p>Una nuova intesa cordiale è stata, inoltre, raggiunta sulla delicata questione del terrorismo e dell’Afganistan, paese in cui, come in Pakistan del resto, la Cina è impegnata in operazioni di intelligence.</p>
<p>Ma non è possibile raccogliere gli stessi frutti sul piano del G3 (Cina, Usa, Google), in un paese in cui internet è esposto ad uno dei più indiscriminati meccanismi di censura ed oscuramento.</p>
<p>Svariati motivi di dissidio, ma crescenti spiragli di cooperazione tra i due paesi. La grande intuizione di Obama è di ripartire dall’Impero di Mezzo: “Yes he can”, potremmo dire.</p>
<p>Nel regno dell’auspicabile, qual’è la politica, tutto si dimostra possibile.</p>
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		<title>Obama ritorna dalla Cina a mani vuote</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 13:15:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
Il presidente Barack Obama ha battuto il record di George H. W. Bush per il numero di viaggi fatti all’estero durante il primo anno di un mandato presidenziale americano.  Bush padre aveva raggiunto 14 paesi, mentre Obama, con il viaggio in Asia, è arrivato già a 20.  E’ chiaro che Obama sta tentando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=856&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><div id="attachment_857" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/obama-at-the-great-wall-nov-09.jpg"><img class="size-medium wp-image-857" title="China US Obama" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/obama-at-the-great-wall-nov-09.jpg?w=300&#038;h=195" alt="" width="300" height="195" /></a><p class="wp-caption-text">U.S. President Barack Obama smiles as he tours the Great Wall in Badaling, China, Wednesday, Nov. 18, 2009. (AP Photo/Charles Dharapak)</p></div>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Il presidente Barack Obama ha battuto il record di George H. W. Bush per il numero di viaggi fatti all’estero durante il primo anno di un mandato presidenziale americano.  Bush padre aveva raggiunto 14 paesi, mentre Obama, con il viaggio in Asia, è arrivato già a 20.  E’ chiaro che Obama sta tentando di migliorare l’immagine degli Usa cercando di far prevalere una visione di un’America aperta al dialogo e pronta ad ingaggiare avversari o presunti tali, attraverso un confronto franco e leale.</p>
<p>Il viaggio in Asia, ed in particolare in Cina, tuttavia, secondo i giornalisti Helene Cooper e Edward Wong dell’<em>International Herald Tribune</em>, non permetterà ad Obama di portare a casa alcuna particolare concessione, né per quanto riguarda la politica economica, né sulla scottante questione dei diritti civili.  In pratica, secondo i due giornalisti, Obama non è riuscito a trovare un accordo con il presidente cinese Hu Jintao su nessuno dei temi importanti.  Non si parla di appoggio cinese per effettuare sanzioni nei confronti di Teheran per impedire agli iraniani di continuare ad ignorare la comunità internazionale sulla questione del nucleare.  I cinesi non vogliono prendere in considerazione di permettere la rivalutazione della loro moneta per paura di ridurre le esportazioni.  Sulla questione dei diritti civili, l’unico accordo raggiunto fra i due paesi è il riconoscimento che le parti hanno sostanziali divergenze.</p>
<p><a href="http://www.nytimes.com/2009/11/18/world/asia/18prexy.html" target="_blank">Secondo Eswar Prasad, un sinologo della Cornwell University</a>, i cinesi hanno magistralmente gestito la scena, amplificando le dichiarazioni di Obama a favore delle politiche cinesi, nascondendo le differenze, come nel caso della questione dei diritti civili e la politica monetaria cinese.  Anche quando ad Obama è stato permesso di condurre una discussione pubblica con gli studenti a Shangai, seguendo il formato della “town-hall meeting” ormai diventato comune negli appuntamenti politici negli Usa, <a href="http://www.nytimes.com/2009/11/17/world/asia/17prexy.html" target="_blank">i cinesi si sono affrettati a riempire la sala con fedeli studenti iscritti alla gioventù comunista</a>, o figli di membri del partito.  In breve, non c’è niente di nuovo dietro la grande muraglia del comunismo cinese, a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino.</p>
<p>Lo staff di Obama, tuttavia, è dell’opinione che l’obiettivo principale della visita presidenziale in Cina è stato raggiunto, perchè, senza offendere l’interlocutore, sono stati sollevati alcune questioni di principio, come quelle inerenti ai diritti umani e quelli civili, in un ambito privato, lontano dalle telecamere.  Secondo Michael A. Hammer, portavoce del Consiglio nazionale per la sicurezza americana, “Siamo venuti per parlare schiettamente a proposito di quei temi che sono importanti per noi, senza farlo in un modo inutilmente offensivo, seguendo lo stile rispettoso di Obama”.<span id="more-856"></span></p>
<p>L’unico tema inerente ai diritti civili che Obama ha toccato in pubblico è stata la questione tibetana, quando a Shangai, il 17 novembre 2009, il presidente americano ha chiesto a Hu Jintao di riavviare il dialogo con i rappresentanti del Dalai Lama.  Obama <a href="http://www.whitehouse.gov/the-press-office/joint-press-statement-president-obama-and-president-hu-china" target="_blank">ha dichiarato durante un incontro con i giornalisti</a> che “pur riconoscendo che il Tibet fa parte della Repubblica popolare cinese, gli Stati Uniti sostengono una rapida ripresa del dialogo fra il governo cinese e i rappresentanti del Dalai Lama per risolvere ogni preoccupazione e dissidio che possa esservi tra le parti”.  Con l’eccezione della dichiarazione pubblica di Obama sul Tibet, il presidente americano ha evitato temi taboo, come la sollevazione di Piazza Tienanmen del 1989, l’arresto di attivisti per i diritti civili, e la repressione delle minoranze.</p>
<p>Durante in corso del viaggio all’estero, Obama non ha potuto evitare di fare attenzione al dibattito politico negli Usa, dove secondo <a href="http://www.quinnipiac.edu/x1295.xml?ReleaseID=1398" target="_blank">un sondaggio condotto dalla Quinnipiac University</a> la popolarità di Obama è scesa al 48 percento, con soltanto il 38 percento che approva la politica della Casa Bianca in Afghanistan.  Gli interventi in economia non hanno prodotto i risultati sperati, almeno fino ad ora, specialmente nel campo dell’occupazione.</p>
<p>Secondo l’opinionista conservatore del <a href="http://www.nytimes.com/2009/11/16/opinion/16douthat.html?_r=1" target="_blank"><em>New York Times</em>, Ross Douthat</a>, gli assistenti di Obama hanno convinto l’opinione pubblica dieci mesi fa sulla giustezza del pacco di misure proposte per stimolare l’economia, indicando che la proiezione per la disoccupazione prevista per l’autunno era del 9 percento senza lo stimolo all’economia, e l’8 percento con lo stimolo.  Secondo Douthat, i dati reali per il mese di ottobre, pubblicati dal Dipartimento del lavoro, sono del 10,4 percento, ben 2,4 punti superiori a quanto previsto con l’approvazione dello stimolo economico.</p>
<p>Le notizie per Obama non sono buone nemmeno sul fronte dell’edilizia abitativa.  Il giornalista <a href="http://www.nytimes.com/2009/11/19/business/economy/19econ.html" target="_blank">Javier C. Hernandez del <em>New York Times</em></a> rivela che secondo il dipartimento del commercio erano previste 590 mila nuove costruzioni nel mese di ottobre, ma, soltanto 529 mila unità sono state effettivamente costruite.  La ripresa dell’edilizia abitativa doveva essere un chiaro segnale che l’economia era sulla strada della ripresa.</p>
<p>Il periodo delle festività natalizie è dietro l’angolo, e non sarà sufficiente l’approvazione della riforma del sistema sanitario, sempre che Obama ci riesca prima di Natale, per far rallegrare i milioni di disoccupati, che ora rischiano anche di perdere il sussidio di disoccupazione, se il Congresso non si affretta a finanziarlo ed estenderlo oltre il gennaio 2010.</p>
<p>Il mancato progresso nella conduzione della guerra in Afghanistan, l’impegno continuo in Iraq, la notizia dell’aumento dei suicidi nelle forze armate, e la mancata chiusura di Guantanamo entro il gennaio 2010, contrariamente a quanto<a href="http://www.whitehouse.gov/the_press_office/Closure_Of_Guantanamo_Detention_Facilities" target="_blank"> Obama ordinava esattamente dieci mesi fa,</a> poche ore dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, creano una miscela esplosiva, che il giovane presidente americano deve saper abilmente disinnescare.  La miccia è corta, e la mancata ripresa dell’occupazione può fare da detonatore.  Obama, tuttavia, ha spesso sorpreso gli osservatori con il suo ottimismo, la sua competenza, e la sua grande capacità oratoria.  L’attuale congiuntura è forse il primo vero banco di prova per il presidente.</p>
 Tagged: cina, Fai notizia, Obama, politica estera usa, tibet <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/politicamericana.wordpress.com/856/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/politicamericana.wordpress.com/856/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/politicamericana.wordpress.com/856/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/politicamericana.wordpress.com/856/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/politicamericana.wordpress.com/856/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/politicamericana.wordpress.com/856/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/politicamericana.wordpress.com/856/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/politicamericana.wordpress.com/856/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/politicamericana.wordpress.com/856/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/politicamericana.wordpress.com/856/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=856&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il difficile dialogo tra Iran e Occidente</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 20:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Maniaci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marco Maniaci
Il vertice a Vienna tra i cinque membri permanenti dell’Onu (USA, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia, più la Germania, cioè il 5+1) e il governo iraniano sulla questione del nucleare, dopo gli iniziali segnali positivi dell’incontro di Ginevra di inizio mese, si trova ad una svolta. Infatti, il presidente Ahmadinejad ha dichiarato ”che le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=839&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><div id="attachment_852" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/mohamed-elbaradei.jpg"><img class="size-medium wp-image-852" title="Nic392112" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/mohamed-elbaradei.jpg?w=300&#038;h=188" alt="" width="300" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Chief of the International Atomic Energy Agency (IAEA), Mohamed ElBaradei (L), and Iran&#39;s Nuclear Chief Ali Akbar Salehi (R) hold a press conference in Tehran on October 4, 2009. ElBaradei said that his inspectors will check Iran&#39;s new uranium facility being built near the holy city of Qom on October 25. (ATTA KENARE/AFP/Getty Images)</p></div>
<p>Marco Maniaci</p>
<p>Il vertice a Vienna tra i cinque membri permanenti dell’Onu (USA, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia, più la Germania, cioè il 5+1) e il governo iraniano sulla questione del nucleare, dopo gli iniziali segnali positivi dell’incontro di Ginevra di inizio mese, si trova ad una svolta. Infatti, il presidente Ahmadinejad ha dichiarato ”che le potenze occidentali sono passate da una politica di confronto alla cooperazione nella questione del nucleare, per questo ora possiamo collaborare, ma non cambieremo la nostra posizione sul diritto al nucleare”, parole che forse possono essere valutate come un ribaltamento decisivo.  L’Iran aveva rinviato la firma sull’accordo che prevedeva che l’80 per cento dell’uranio dichiarato fosse portato in Russia per essere arricchito. Il governo di Teheran aveva preso tempo, probabilmente anche per divergenze interne.  Non sono neanche mancati poi, momenti in cui il vertice stava per fallire totalmente a seguito degli attentati suicida verso i vertici della guardia nazionale iraniana, che ha portato alla morte di 40 persone nella regione sud-orientale del Baluchistan, con la conseguente denuncia di Teheran su responsabilità di agenti segreti appartenenti ad apparati di intelligence straniere.  Accusando in pratica i governi di Washington e Londra.</p>
<p>Il processo di distensione tra Iran di Ahmadinejad e gli USA di Barak Obama aveva avuto avvio il primo ottobre a Ginevra.  Durante questo vertice, Teheran aveva accettato di discutere con il 5+1 di questioni riguardanti il nucleare.  Inoltre aveva invitato il responsabile dell’AIEA, Mohammed el Baradei, a ispezionare gli impianti siti nei pressi della città sciita di Qom.</p>
<p>Intorno a questo impianto, solo poche settimane prima, la tensione tra l’Iran e la comunità internazionale, e specialmente gli Stati Uniti, era tornata a crescere.  Infatti, il governo di Teheran aveva rivelato, proprio durante il vertice del G20 di Pittsburgh, la presenza di un altro impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio.<br />
Per Obama, e per i suoi alleati europei, questo era stato un altro segno del doppio gioco iraniano. Washington aveva dichiarato di non credere  alla buona fede del governo degli ayatollah, in quanto le intelligence occidentali erano a conoscenza di questo secondo impianto da tempo, e raccoglievano prove e informazioni più forti per poter dimostrare l’inganno dell’Iran al mondo. <span id="more-839"></span></p>
<p>In pratica gli Stati Uniti asserivano che Teheran aveva rivelato l’esistenza di questo impianto solo quando aveva capito che i servizi segreti americani ed europei erano ormai più che informati dello stesso, e che quindi in questo modo abbia “salvato la faccia” continuando a dimostrare la sua totale disponibilità alla cooperazione per il nucleare.  Secondo gli  occidentali poi, l’impianto in questione, cioè quello di Qom, non aveva scopi pacifici, bensì militari, considerando  appunto la quantità di uranio arricchito. </p>
<p>Le parti si erano comunque ritrovate per il vertice di Ginevra.  Qui si era sviluppato  un progetto per l’arricchimento esterno dell’uranio, utile per far funzionare un impianto nucleare medico nei pressi di Teheran.  Se ciò realmente avverrà, si assisterà a un grande passo come aveva sottolineato anche il vicesegretario di stato William Burns:” gran parte del materiale fissile iraniano sarà neutralizzato e non potrà avere applicazioni militari”.</p>
<p>Le parti infine a Ginevra avevano garantito di rispettare anche tre punti fondamentali, su cui ha posto l&#8217;accento anche Javier Solana, responsabile della politica estera e di difesa della UE.  I punti erano: convocare entro la fine di Ottobre un secondo vertice, come è avvenuto.  Il secondo punto invece riguardava l’accettazione da parte degli iraniani dell’arrivo degli esperti AIEA a Qom nel giro di poche settimane.  Il terzo punto era quello decisivo, poiché rispolverava un’idea della Russia, cioè come già detto, quello di fare in modo che il programma nucleare iraniano sia solo per scopi civili e questo grazie all’arricchimento esterno dell’uranio.  Burns aveva già fornito alcuni dettagli dell’accordo tra le parti specificando che il combustibile nucleare, arricchito prima in Russia e poi in Francia, dove sarebbe appunto trasformato in combustibile nucleare, non avrebbe avuto scopi militari, ma sarebbe utilizzato nel reattore di ricerca di Teheran.</p>
<p>Sembrava andare tutto nella direzione giusta quindi, dopo tanti negoziati. A creare dei grossi attriti erano stati gli attentati in Beluchistan, che hanno in pratica rimesso tutto in discussione riportando l’establishment iraniana a toni più aspri.  Si notava anche nelle dichiarazioni, di pochi giorni fa, del ministro degli esteri di Teheran, Mottaki, il quale ha dichiarato “senza alcuna ragione” la presenza francese al vertice e ribadendo inoltre, che non sarebbe in discussione il diritto dell’Iran di sviluppare una tecnologia nucleare, anche in presenza di un accordo con il 5+1, sottolineando che questo eventuale accordo, che prevede una fornitura di uranio arricchito al 20%,” non ha relazione con il programma nucleare”.</p>
<p>Ora le parole di Ahmadinejad sembra nuovamente mischiare le carte. Il problema è che Teheran non è nuova a questi cambiamenti di rotta e si spera che questa possa essere l’ultima. Si prevede, comunque,  ancora una dura lotta, e se i negoziati non prenderanno la strada voluta da Obama e dai suoi alleati, lo spettro delle sanzioni economiche sull’ex paese degli scià si farà sempre più ingombrante.  Le parole del Segretario di Stato americano, Hilary Clinton, sono state molto chiare: “In assenza di progressi significativi e di assicurazioni che l’Iran non stia tentando di  dotarsi dell’atomica, cercheremo sostegno internazionale per sanzioni aggiuntive, ma non siamo ancora a questo punto”.  Ma questa dichiarazione era di alcune settimane fa in Russia, ora qualcosa è cambiato, ed è bene che il governo degli ayatollah non tirino troppo la corda. Inoltre, a margine del recente vertice APEC di Singapore, si è svolto un incontro bilaterale tra il presidente americano Barak Obama e il presidente russo Dmitri Medvedev, nel quale i due leader hanno iniziato a esplorare di comune accordo la possibilità di sanzioni verso l’Iran.<br />
Le parole di Medvedev sono state chiare: “ Anche se il dialogo con l’Iran continua, non siamo del tutti soddisfatti del ritmo di questi negoziati. Se le cose non funzioneranno, ci saranno altri mezzi per far muovere il processo in avanti”. Un chiarissimo riferimento alle possibili sanzioni economiche.</p>
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		<title>Riforma sanitaria Usa: vittoria a metà per Obama</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 21:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito politico Usa]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti civili negli USA]]></category>
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		<category><![CDATA[riforma sanitaria Usa]]></category>

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		<description><![CDATA[Anthony M. Quattrone
La Camera dei deputati degli Stati Uniti ha approvato il 7 novembre 2009 una proposta di riforma del sistema sanitario americano.  La proposta di legge approvata dalla Camera va ora al Senato per la conferma.  Il presidente Barack Obama vorrebbe convertire in legge la riforma del sistema sanitario Usa, apponendo la sua firma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&blog=4050906&post=833&subd=politicamericana&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br /><p>Anthony M. Quattrone</p>
<div id="attachment_837" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-837" title="Pelosi Seattle" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/11/pelosi-health-care-bill-nov-09.jpg?w=300&#038;h=189" alt="Pelosi Seattle" width="300" height="189" /><p class="wp-caption-text">House Speaker Nancy Pelosi, right, gets a kiss on the cheek by Rep. Jim McDermott as Rep. Jay Inslee looks on during a news conference at Swedish Medical Center Monday, Nov. 9, 2009, in Seattle. Pelosi toured Swedish on her first public appearance after the House passed a health care bill over the weekend. (AP Photo/Elaine Thompson)</p></div>
<p>La Camera dei deputati degli Stati Uniti ha approvato il 7 novembre 2009 una proposta di riforma del sistema sanitario americano.  La proposta di legge approvata dalla Camera va ora al Senato per la conferma.  Il presidente Barack Obama vorrebbe convertire in legge la riforma del sistema sanitario Usa, apponendo la sua firma sul disegno di legge, prima della fine dell’anno.  Forse ci riuscirà, ma non è certo che la riforma sarà come l’aveva immaginata durante la campagna elettorale o durante i primi mesi della sua presidenza.</p>
<p>I giornali in tutto il mondo hanno descritto il voto di sabato scorso alla Camera dei deputati americana come un successo per il presidente Barack Obama.  Un’attenta analisi di come hanno votato i deputati indica che Obama non è riuscito a conquistare una maggioranza qualificata a sostegno della riforma, ottenendo solo 220 voti a favore contro 215 contrari.  Ben 39 democratici hanno votato con i repubblicani contro la proposta di riforma, e un solo deputato repubblicano ha votato a favore.  In pratica, Obama non è riuscito né ad unire il partito democratico attorno ad uno dei progetti più importanti della sua strategia politica, né a creare un’unità nazionale attorno allo stesso tema.</p>
<p>Al Senato, Obama può contare su di una maggioranza democratica che dovrebbe riuscire a bloccare tattiche ostruzionistiche che i repubblicani potrebbero tentare di attuare, per bloccare il voto.  I democratici hanno 58 senatori democratici che possono allearsi con due indipendenti vicini ai democratici, contro la minoranza di 40 senatori repubblicani, per bloccare tentativi di “filibuster” (ostruzionismo parlamentare).  Obama, tuttavia, deve affrontare l’incognita di come voteranno quei senatori iscritti al partito democratico, ma di fede politica conservatrice, conosciuti come “blue dog democrats”.  Secondo alcuni osservatori, nove dei 58 senatori democratici sono blue dog, mentre per altri, i conservatori del partito di Obama presenti nell’alta Camera americana sono almeno tredici.  Il potente presidente del Comitato finanze del Senato, il senatore del Montana, Max Baucus, è il relatore di una delle proposte di riforma sanitaria dibattute al Senato, ed è anche uno dei maggiori esponenti dei democratici “blue dog” che potrebbe far saltare il quorum che serve ai democratici del partito di Obama per bloccare un’eventuale tentativo di filibuster da parte dei repubblicani. Baucus ha ricevuto l’anno scorso quasi otto milioni di dollari per la sua campagna elettorale dall’industria delle assicurazioni mediche.  <span id="more-833"></span></p>
<p>Obama forse riuscirà a firmare una legge sul sistema sanitario americano entro la fine dell’anno, ma non è ancora evidente cosa gli americani avranno in cambio di una spesa di quasi mille miliardi di dollari di soldi dell’erario, che saranno spesi nell’arco dei prossimi dieci anni.  La stessa copertura finanziaria per la legge licenziata dalla Camera non è ancora stata identificata: s’incrementeranno le tasse che pagano gli americani più ricchi, o si taglieranno altri programmi sociali?  La legge proposta dalla Camera non chiarisce completamente il ruolo di un’assicurazione pubblica in diretta concorrenza con quelle private.  L’unica cosa certa è che né la proposta della Camera, né quella che sarà approntata dal Senato prevede la creazione di una medicina pubblica, con medici e strutture sanitarie finanziate direttamente dallo Stato.  La medicina sociale, com’è conosciuta in Canada o in diversi paesi europei, non sarà creata in America, dove le strutture sanitarie finanziate direttamente dallo stato solo limitate al Dipartimento della Difesa, agli ospedali per i veterani, e a poche altre agenzie del governo.</p>
<p>Per alcuni osservatori, l’intera faccenda della riforma sanitaria potrebbe diventare una distrazione fatale per il presidente Obama, perchè la preoccupazione principale degli americani in questo momento è l’economia, e la conseguente perdita di posti di lavoro.  Ormai il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,2 percento, e sono molti coloro che hanno dovuto accontentarsi di un lavoro part-time o molto meno redditizio di qualche anno fa.</p>
<p>Lo scrittore Timothy Egan ha scritto sul suo blog ospitato dal New York Times che molti americani si sentono traditi perché il patto sociale che avrebbero sottoscritto è stato stracciato permettendo all’un percento dell’intera popolazione di ammassare un’enorme quantità di ricchezza.  Secondo dati della Federal Reserve Board, un percento delle famiglie americane più ricche possiede il 34,3 percento della ricchezza del paese. Il 10 percento delle famiglie americane più ricche ne possiede il 71.  Il quaranta percento delle famiglie americane più povere possiede solo un percento della ricchezza nazionale, mentre il ceto medio ne possiede il 28 percento.</p>
<p>Egan nota che il 44 percento dei membri del Congresso è composta da milionari, rappresentativi del 10 percento della popolazione.  Per Egan, la mancanza di rappresentatività della composizione effettiva del Paese non aiuta a risolvere i problemi della stragrande maggioranza degli americani.</p>
<p>Se Obama vorrà portare avanti una politica di riforme sostanziali, dovrà cercare di rimanere in sintonia con i problemi del novanta percento degli americani che vivono la quotidianità della crisi economica.  La riforma sanitaria è sicuramente necessaria, ma i contenuti delle proposte di legge che provengono dal Congresso devono favorire l’americano medio e coloro che fanno parte del 40 percento che non possiede quasi nulla.  Il “change” richiesto dagli americani un anno fa, e il “yes, we can” scandito da Obama durante la campagna elettorale andava nella direzione di riforme sostanziali.  Obama sarà giudicato non tanto per aver raggiunto l’obiettivo effimero di firmare una legge per la riforma del sistema sanitario entro la fine dell’anno, ma per la sostanza della legge stessa.  Le premesse al momento non sono delle migliori.</p>
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