Sindaci USA: Obama, basta guerre all’estero – i soldi servono a casa

Anthony M. Quattrone

President Barack Obama speaks about the war in Afghanistan during a televised address from the East Room of the White House, June 22, 2011. Credit: Reuters/Pablo Martinez Monsivais/Pool

L’annuncio che Barack Obama ha fatto il 22 giugno 2011 di voler ritirare 33 mila truppe dall’Afghanistan entro 18 mesi, cui 10 mila entro il 31 dicembre 2011, in netto anticipo rispetto alla programmazione fornita dal Pentagono, è il frutto della realizzazione che non è più possibile per Washington sostenere i costi della guerra e della ricostruzione afgana, mentre negli USA le infrastrutture sono fatiscenti, i servizi sociali sono ridotti all’osso, la disoccupazione è oltre 9 percento e il debito pubblico è in costante rialzo, superando la cifra di 14 mila miliardi di dollari quest’anno.  Con le presidenziali del prossimo anno, non è nemmeno possibile per Obama presentarsi dinanzi all’elettorato con l’accusa di spendere più per ricostruire, o, meglio costruire, l’Afghanistan con i soldi dei contribuenti americani, quando a casa, negli USA, c’è tanto da fare.

Il messaggio che è arrivato a Obama, chiaro e forte, dalla conferenza dei sindaci americani che si è tenuta dal 17 al 21 giugno 2011 a Baltimora, nel Maryland è che i soldi per fare le guerre e ricostruire paesi stranieri devono essere spesi a casa, in America, per gli americani.  Il 20 giugno 2011, nel suo discorso di inaugurazione come nuovo presidente dell’associazione che raggruppa i sindaci delle città americane che superano 30 mila abitanti, Antonio Villaraigosa, sindaco democratico di Los Angeles, ha chiesto al Presidente Obama di portare a casa i “nostri valorosi soldati” e “di onorarli indirizzando ora il nostro impegno verso i bisogni domestici, investendo fondi nella nostra economia per creare posti di lavoro”.  I sindaci lamentano che mentre miliardi di dollari sono spesi nelle missioni militari all’estero, loro hanno dovuto licenziare circa 446 mila dipendenti municipali dal 2008 ad oggi, e fra questi molti sono insegnanti, poliziotti e vigili del fuoco. Non è più possibile, secondo i sindaci, sostenere la costruzione di ponti e autostrade a Bagdad e Kandahar mentre quelle di Baltimora o di Kansas City sono a pezzi e in altre città americane sono del tutto inesistenti.

Il giorno seguente, il 21 giugno 2011, il Senatore democratico conservatore del West Virginia, Joe Manchin III, ha scritto al Presidente una lettera chiedendo di anticipare il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan molto prima della data prefissata del 2014.  Per Manchin, “non possiamo più permetterci di tagliare servizi, innalzare le tasse e far decollare il debito per finanziare la ricostruzione in Afghanistan. La domanda a cui il Presidente deve rispondere è molto semplice: cosa vogliamo ricostruire l’America o l’Afghanistan? Allo stato attuale fare entrambe le cose è impossibile”.  La lettera di Manchin segue quella inviata il 15 giugno 2011 da 27 senatori di entrambi schieramenti, in cui i senatori chiedono un ritiro più rapido dall’Afghanistan dopo l’uccisione di Osama bin Landen.

Il presidente Obama, durante la campagna elettorale del 2008 aveva manifestato l’intenzione di spostare le risorse americane dalla guerra in Iraq a quella in Afganistan, ritenendo quest’ultimo paese il nodo centrale nella guerra globale contro il terrorismo di al Qaeda. La spesa della guerra in Afghanistan è salita da 14,7 miliardi di dollari spesi da George W. Bush nel 2003, ai 118,6 miliardi dollari spesi da Obama nel 2011. Con la morte di Osama bin Laden il primo maggio di quest’anno, è diventato difficile convincere gli americani sulla necessità di continuare a spendere miliardi di dollari in Afghanistan, e Obama sa che questo potrebbe essere usato contro di lui dai repubblicani durante la prossima campagna presidenziale del 2012.

E così, pochi giorni dall’appello dei sindaci e dalla lettera del senatore Manchin, il presidente ha deciso di annunciare il 22 giugno 2011 in un messaggio alla nazione in diretta TV un drastico taglio alla spesa della guerra, portando subito a casa una parte dei 100 mila soldati oggi dispiegati in Afghanistan. Leggi tutto

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Andare via dall’Iraq

Members of the Iraqi Sadr Movement's Mahdi Army march in Baghdad's predominantly Shiite suburb of Sadr City during a parade demanding the withdrawal of US forces from Iraq. (AFP/Ahmad al-Rubaye)

Anthony M. Quattrone

Circa 4.500 soldati americani e 120 mila iracheni hanno perso la vita in Iraq da quando nel marzo 2003 il presidente George W. Bush decise di iniziare una guerra cui mancavano credibili giustificazioni. L’Iraq non poneva un imminente pericolo per gli Stati Uniti d’America, né era sospettata di essere il mandante dell’attacco terroristico del settembre 2001.  In America, oggi ci sono circa 32 mila veterani della guerra in Iraq che soffrono di gravi mutilazioni dovute alle ferite riportate in combattimento.  In Iraq i soldati americani continuano a morire.  Eppure, il presidente americano Barack Obama aveva promesso nella sua campagna elettorale che avrebbe rimosso le truppe da combattimento dall’Iraq entro il giugno 2010 per concentrarsi sull’Afghanistan, il luogo dove, secondo molti analisti, è più probabile un rigurgito del terrorismo internazionale antiamericano.

Con la brillante operazione che ha portato all’uccisione di Osama bin Laden il 2 maggio 2011 ad Abbottabad in Pakistan, il presidente americano ha dimostrato che l’uso dell’intelligence e delle forze speciali, accoppiato con la pazienza, può portare a risultati molto più efficienti con costi relativamente bassi in termini di vite umane e di dispendio di risorse finanziarie.  L’invasione dell’Afghanistan, seguita da quella dell’Iraq, con l’enorme costo in vite umane d’inermi civili, di militari americani, afgani, iracheni, delle formazioni irregolari delle diverse parti in lotta, oltre ai costi materiali che hanno in sostanza sbancato il tesoro americano, lasciato in attivo dal presidente Bill Clinton, e portato distruzioni non ancora risolte in tante zone dei paesi che hanno subito la guerra, dovrebbero fungere da monito a chiunque pensi di utilizzare la guerra come metodo per risolvere questioni di polizia internazionale o come lotta al terrorismo.

La guerra in Iraq è costata al contribuente americano circa 750 miliardi di Euro fino ad oggi.  Il presidente ha proposto di includere nel bilancio federale del 2012 circa 14 miliardi di Euro per sostenere le spese per circa 46 mila soldati americani che sono ancora in Iraq.  Anche se questi soldati non partecipano in azioni di guerra, sono, di fatto, oggetto di attacchi militari, e l’elettore americano non riesce a comprendere perché ci siano ancora militari americani in Iraq.  Gli americani non comprendono bene i segnali che stanno ricevendo dal governo di Barack Obama, perché, se da un lato si conferma il ritiro di tutte le truppe entro il 31 dicembre 2011, dall’altro il segretario alla difesa, Robert Gates e il capo di stato maggiore delle forze armate, l’ammiraglio Mike Mullen, indicano l’assenso americano a rimanere in Iraq oltre tale data se il governo di Nouri al-Maliki lo richiedesse.  Entrambi, tuttavia, manifestano preoccupazione perché il tempo stringe e se non arrivasse entro poche settimane un cenno da parte irachena, mancherebbe il tempo per attuare le necessarie iniziative logistiche per assicurare la presenza americana nel paese oltre il 31 dicembre 2011.

Per molti osservatori americani, il tempo in Iraq è scaduto, anche perché gli iracheni sarebbero capaci di gestire al meglio le questioni di sicurezza interna usando le loro forze armate che sono ben addestrate ed equipaggiate, e superano numericamente gli insorti.  La tabella di marcia del ritiro americano è anche alla base dell’appoggio che il religioso sciita Moktada al-Sadr ha dato al governo in carica.  Sadr ha chiaramente minacciato la ricostituzione dell’esercito irregolare del Mahdi se gli americani non lasciassero il territorio iracheno come annunciato e, farebbe anche cadere l’attuale governo del primo ministro Maliki, gettando il paese in una crisi politica e militare.

Il 30 giugno 2010 era il termine che il presidente Obama aveva posto per il ritiro di tutte le truppe di combattimento americane in Iraq.  Ora Obama deve mantenere la promessa di portare a casa gli altri soldati, quei 46 mila che sono ancora in Iraq senza ruolo di combattimento ma che muoiono, che sono feriti e che costano a testa circa 300 mila euro all’anno per rimanere in Iraq.  Dopo la morte di Osama bin Laden è sempre più difficile convincere il contribuente americano a lasciare anche un solo soldato in Iraq. E forse, fra poco, sarà difficile convincerlo a lasciare anche un solo soldato in Afghanistan.

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Fed, più trasparenza per il futuro

Prima conferenza stampa della Fed americana

Anthony M. Quattrone

Federal Reserve Chairman Ben Bernanke speaks during a news conference at the Federal Reserve in Washington, Wednesday, April 27, 2011. (AP Photo/Susan Walsh)

Il fatto che Ben Bernanke, il presidente della Fed, la banca centrale americana, abbia tenuto una conferenza stampa lo scorso 27 aprile 2011, rispondendo dal vivo a domande sulle decisioni inerenti alla politica monetaria a stelle e strisce, è una notizia già per se.  Il Federal Reserve System, informalmente chiamato la Fed, è stato istituito nel 1913 dal Congresso americano a seguito di una serie di gravi crisi monetarie per prevenire e governare eventuali crisi finanziarie.  Bernanke è il chairman della Fed dal 2006, e il suo mandato è stato confermato dal presidente americano Barack Obama fino al 2014.

La Fed è un animale molto strano.  L’organo direttivo della Fed è composto dai presidenti di dodici Federal Reserve Bank regionali e da sette governatori nominati dal presidente americano.  I membri del consiglio direttivo della Fed, una volta nominati, non possono essere rimossi se non alla fine del mandato.  Le decisioni della Fed, un’agenzia pubblica indipendente dal governo federale americano, non sono soggette al controllo da parte né del potere esecutivo, né del legislativo.  In un sistema di “checks and balances”, la Fed gioca un ruolo fondamentale nel controbilanciare il potere esecutivo e legislativo nella gestione dell’economia americana attraverso la politica monetaria centrale.  Ben Bernanke è il quattordicesimo chairman della Fed dalla sua costituzione ed è uno dei tre in vita, assieme a Paul Volcker (1979-1987) e Alan Greenspan (1987-2006).

Non sono pochi gli americani che incolpano la Fed di ogni male del Paese.  I fautori delle più complesse versioni delle teorie del complotto indicano nella Fed il vertice dei poteri forti che rappresentano i banchieri mondiali.  La segretezza delle operazioni della Fed ha contribuito sin dalla sua fondazione nel generare e sostenere le più svariate formulazioni delle teorie del complotto.  Un filo conduttore che collega le varie teorie contro la Fed è di carattere antisemita che mette in primo piano i banchieri ebraici come i Rothschild.  La trasparenza delle decisioni della Fed è pertanto diventata una fondamentale necessità sia per contrastare le teorie complottistiche, sia per ridurre il malumore per le decisioni che l’autorità monetaria prende periodicamente in risposta alle condizioni dell’economia a stelle e strisce. “E’ stato un fatto positivo” ha scritto il New York Times in un editoriale del 27 aprile 2011, “vedere Ben Bernanke incontrare la stampa mercoledì, in quello che è il primo della serie d’incontri programmati ogni trimestre, con domande e risposte.  Si vede che la Fed ha imparato, anche se nel modo più difficile, che deve lavorare per creare comprensione e consenso per le sue politiche.”

La politica della Fed non potrà risolvere l’alto tasso di disoccupazione, la caduta del valore degli immobili, la debole crescita dei redditi, e l’erosione del settore manifatturiero, che secondo Bernanke sono i maggiori problemi dell’economia americana, senza un cambio di rotta nella politica fiscale decisa da parte del presidente e del Congresso.  L’editoriale del New York Times rileva che solo la politica fiscale può affrontare questi temi, e questo sarà possibile solo se il Senato, controllato dai democratici, e la Camera, controllata dai repubblicani, troveranno un accordo su come racimolare più fondi e investirli in specifici programmi, progetti, e sforzi tendenti verso la ripresa economica.  Nel frattempo, la Fed va avanti per la sua strada, continuando a regolare la quantità di moneta in circolazione e le condizioni creditizie dell’economia. Bernanke ha confermato che giugno finirà il secondo round da 600 miliardi di dollari di acquisti di titoli pubblici e che i tassi d’interesse sui fondi federali rimarranno fra lo zero e 0,25% per ora.

Bernanke prevede che il tasso d’inflazione per il 2011 si assesterà fra l’1,3 e l’1,6% e la crescita del prodotto interno lordo sarà fra il 3,1 e il 3,3%.  La notizia più importante per la maggioranza degli americani e per il presidente Obama, già impegnato nella campagna elettorale del 2012, è che il tasso di disoccupazione in Usa dovrebbe scendere all’8,4-8,8% nel 2011.

–Pubblicato in terza pagina su “Il Denaro” del 5 maggio 2010:    http://news.denaro.it/blog/2011/05/05/fed-piu-trasparenza-per-il-futuro/

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Il governo federale Usa ha rischiato la chiusura

President Barack Obama greets crowds of tourists at the Lincoln Memorial a day after Congress came to agreement on funding the federal government, emphasizing that national parks, monuments and museums are open and filled with visitors, in Washington D.C., April 9, 2011. Reuteurs/Mike Theiler

Anthony M. Quattrone

I ruoli istituzionali e il gioco delle parti negli Stati Uniti possono addirittura portare allo “shutdown” del governo federale, in altre parole alla chiusura di quasi tutti i servizi governativi e alla sospensione degli stipendi dei dipendenti pubblici federali. Il Congresso americano, formato dalla Camera a maggioranza repubblicana, e dal Senato controllato dai democratici, è l’autorità che decide e approva la spesa del governo federale. Il presidente propone il bilancio al Congresso, e, alla fine dei lavori di quest’ultimo, può accettare o apporre il veto sulle decisioni del ramo legislativo.

Lo scorso venerdì 8 aprile, i dipendenti pubblici del governo federale degli Stati Uniti, civili e militari, hanno potuto tirare un sospiro di sollievo alla notizia, giunta in extremis, poco prima della mezzanotte, che repubblicani e democratici avevano trovato un accordo per il prolungamento di una settimana del finanziamento delle spese federali. Quest’accordo darà tempo al Congresso di definire in dettaglio, entro il 15 aprile 2011, la finanziaria per coprire le spese federali previste per gli ultimi sei mesi dell’anno fiscale in corso che finisce il 30 settembre 2011.

Il presidente americano Barack Obama ha dato il drammatico annuncio dell’accordo fra repubblicani e democratici alle 23:08 di venerdì, aggiungendo un po’ di retorica patriottica, cercando anche di apparire come chi è stato capace di unire conservatori e progressisti nell’interesse supremo del Paese. Obama ha iniziato il suo discorso di quattro minuti con grande retorica. “Dietro di me” ha detto il presidente americano, “attraverso questa finestra, potete vedere il Monumento di Washington, che centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo visitano ogni anno. Le persone che vengono qua lo fanno per imparare la nostra storia e per essere ispirati dalla nostra democrazia – quella di un Paese dove cittadini di diverse culture e credenze possono ancora fondersi in un’unica nazione. Sono contento di poter annunciare che domani il Monumento di Washington e tutto il governo federale saranno normalmente al lavoro. Questo sarà possibile perché gli americani di diverse fedi si sono ancora una volta uniti.”

La Finanziaria è basata su un compromesso che prevede tagli alle spese per 38 miliardi di dollari. I repubblicani, capeggiati dallo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, avrebbero voluto ottenere tagli più sostanziosi, oltre all’abolizione dei finanziamenti federali per qualsiasi tipo di aborto e una notevole riduzione per gli interventi a favore dell’ambiente. Al contrario, il leader democratico al Congresso, il senatore Harry Reid, avrebbe voluto ridurre i tagli e, dove necessari, spalmarli su un periodo più lungo, onde evitare conseguenze sociali. Il compromesso è criticato sia dalla frangia ultra conservatrice del partito repubblicano, in testa i membri del Tea Party Movement, sia dalla sinistra liberal del partito democratico. Obama ha cercato di sfruttare anche l’insoddisfazione delle frange più estremiste per apparire come il mediatore e l’uomo di centro, che guarda verso gli interessi del Paese a lungo termine. Nel suo discorso al Paese, Obama ha spiegato che le scelte compiute sono “dolorose ma necessarie”, ponendo l’accento sulla necessità per gli americani “di vivere in base ai nostri mezzi, per proteggere il futuro dei nostri figli”, ricordando che “vivere secondo le nostre risorse è il solo modo in cui potremo proteggere gli investimenti che renderanno gli Stati Uniti competitivi”.

Ora lo scontro fra repubblicani e democratici si sposterà sul limite imposto dal Congresso sul debito pubblico nazionale, che in questo momento non può superare la cifra di 12.500 miliardi di dollari. Se gli americani non troveranno come fare altri tagli al bilancio federale, gli esperti prevedono che sarà necessario superare il limite già fra cinque settimane. In una lettera della settimana scorsa, il Segretario al Tesoro, Timothy F. Geithner, ha scritto ai leader del Congresso che il governo federale raggiungerà il limite il 16 maggio, e che attraverso alcuni spostamenti di fondi fra i diversi conti del governo, sarà possibile guadagnare tempo sino all’8 luglio. Se il Tesoro non potrà superare il limite imposto dal Congresso, non potrà far fronte al pagamento dei debiti maturati sugli interessi da pagare ai creditori del governo. In pratica, il governo americano rischierebbe l’inadempienza. Secondo Jamie Dimon dell’JP Morgan Chase, un’eventuale decisione di non alzare il limite legale del debito pubblico americano potrebbe portare a conseguenze catastrofiche e imprevedibili.

Ora tocca a Obama prepararsi per spegnere un fuoco ancora più intenso.

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Libia: La pazienza di Obama

Anthony M. Quattrone

A map illustrating the situation in Libya on the seventh day of coalition airstrikes against Moamer Kadhafi. (AFP/Graphic)

Il presidente americano, Barack Obama, è sotto un tiro incrociato di critiche che provengono sia dalla destra repubblicana, sia dall’interno partito democratico per come sta reagendo alla crisi libica.  In politica estera, l’America non si divide fra destra e sinistra, bensì fra idealisti e realisti, cioè, fra chi vorrebbe avanzare nel mondo i principi fondamentali su cui la democrazia americana si basa, e quelli che vorrebbero invece armonizzare la politica estera con specifici interessi americani, sia in campo economico, sia in quello legato strettamente alla sicurezza nazionale.  La politica adottata da Obama nei confronti della crisi libica non soddisfa né gli idealisti, né i realisti, almeno per il momento.

C’è da registrare, tuttavia, che i critici di Obama si trovano dinanzi ad una situazione totalmente nuova per quanto riguarda il coinvolgimento americano in un’azione di guerra nella storia recente.  Durante l’ultimo mese, la diplomazia di Washington è riuscita a far approvare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite diverse risoluzioni sulla questione libica, convincendo cinesi e russi a non opporre il veto, creando, nel frattempo, i presupposti per un intervento militare multilaterale, che, dopo un inizio caratterizzato da un atteggiamento francese alquanto sciovinistico, è ormai destinato a essere gestito direttamente dalla struttura  militare integrata dell’Alleanza Atlantica.

Alcuni critici di Obama hanno dipinto il presidente americano come esitante e molto incerto sul da farsi, specialmente quando sono arrivate le prime notizie riguardanti le rivolte popolari in Libia.  Rileggendo oggi le dichiarazioni che Obama ha fatto il 3 marzo 2011, sembrerebbe invece che il presidente americano aveva correttamente deciso di tenere aperte tutte le opzioni, da quelle puramente diplomatiche a quelle militari, mentre non esitava nel decretare la fine del regime del dittatore libico: “Permettetemi di non essere per niente ambiguo — Il Colonnello Gheddafi deve dimettersi e andare via.  Questo è bene per il suo paese. E’ bene per il suo popolo. E’ la cosa giusta che deve fare”.  Nel frattempo, Obama ordinava al Pentagono di procedere con la pianificazione militare e al Dipartimento di Stato di lavorare per tessere le necessarie alleanze per costringere il dittatore libico a cedere.

La pazienza del presidente americano, combinata con una rinata capacità della diplomazia americana di costruire una vasta intesa fra paesi non necessariamente alleati, ha portato a una serie d’inaspettate prese di posizione.  Il 26 febbraio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottava una risoluzione, la 1970, per stabilire un embargo nei confronti della Libia per quanto riguarda armi e altri materiali militari, autorizzando gli Stati membri dell’ONU ad adottare tutte le misure necessarie per garantire una pronta ed efficace assistenza umanitaria.  Il 12 marzo 2011, il Consiglio della Lega degli Stati Arabi sollecitava l’imposizione di una zona di “non volo” all’aviazione militare libica e di istituire zone di sicurezza in luoghi esposti al fuoco quale misura precauzionale per consentire la protezione del popolo libico e dei cittadini stranieri residenti in Libia.  Il 17 marzo 2011, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottava una risoluzione, la 1973, imponendo una “no-fly zone” nei cieli della Libia e permettendo una più vigorosa operazione di polizia internazionale per impedire l’afflusso di armi e mercenari a sostegno di Gheddafi.

Ventidue giorni dopo il discorso del 3 marzo 2011, e dopo otto giorni dall’approvazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Obama è riuscito a convincere gli alleati europei a incanalare e coordinare sotto la guida della NATO tutti gli sforzi per fermare Gheddafi.  Il presidente americano è anche riuscito a convincere gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar a inviare aerei militari che parteciperanno all’implementazione della “no-fly zone”.  La guerra contro Gheddafi, fatta o per motivi idealisti, nell’appoggiare la rivolta popolare, o per interessi strategici legati alle fonti di energia e ai pericoli connessi al terrorismo internazionale, non potrà essere considerata una guerra “made in the USA”, né da parte delle masse popolari arabe e islamiche, né da parte degli anti-americani tradizionali.

Alcuni repubblicani, che sono critici della decisione del presidente d’intervenire militarmente in Libia, hanno accusato Obama di coinvolgere l’America in una terza guerra che il paese non può permettersi di fare a causa del deficit pubblico.  Gli stessi repubblicani, tuttavia, non hanno mosso alcuna critica per la cifra di mille miliardi di dollari spesi sino ad ora nelle due guerre iniziate da Bush in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003.

Ora Obama dovrà chiarire al popolo americano quale dovrà essere la “end state”, il risultato finale, dell’intervento internazionale in Libia.  Che cosa l’America è disposta ad accettare? E’ ipotizzabile una Libia divisa in due, con una parte in mano a Gheddafi, e l’altra controllata dai ribelli di Bengasi?  Oppure Obama vuole mettere la parola fine al capitolo Gheddafi?  E se la guerra dal cielo e l’embargo navale non fossero sufficienti per fare capitolare Gheddafi, che cosa si fa?  Nei prossimi giorni, la Casa Bianca sarà chiamata a definire in modo inequivocabile la “end state”.

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Masse arabe in rivolta: Obama deve scegliere fra idealismo e realismo.

U.S. President Barack Obama speaks about Libya while U.S. Secretary of State Hillary Clinton listens in the White House in Washington February 23, 2011 Reuters/Kevin Lamarque

Anthony M. Quattrone

La Casa Bianca si trova, ancora una volta, a dover scegliere fra idealismo e realismo nel rispondere a una crisi internazionale.  E ancora una volta dovrà scegliere fra la relativa tranquillità che un regime repressivo e dittatoriale può garantire e l’inquietante incertezza del cambiamento, che nasce dalla richiesta di libertà e democrazia.  L’America che ha eletto Barack Obama sull’onda del “yes we can”, del “change”, non è tradizionalmente propensa ad appoggiare movimenti di massa e rivoluzioni all’insegna dei medesimi slogan che hanno accompagnato il primo afro-americano alla Casa Bianca.  Di solito, l’America “realista” sta dalla parte di chi garantisce lo status quo, il libero scambio, l’accesso alle risorse prime, mentre quella “idealista” sta dalla parte delle masse popolari in rivolta, che s’ispirano il più delle volte ai principi della Dichiarazione di Indipendenza Americana e ai dieci emendamenti alla Costituzione, la dichiarazione dei diritti.  Quale scuola di pensiero influenza oggi la Casa Bianca?  Obama è un realista o un’idealista?  Con chi si sta schierando l’America oggi, con i regimi arabi repressivi, che fino ad oggi hanno garantito ordine e stabilità, o con le masse popolari in rivolta, che aspirano all’emancipazione, ma che producono nel frattempo instabilità e incertezza?

Il Dipartimento di Stato gestito da Hillary Clinton è stato attento, fin dall’inizio della crisi che ha colpito i diversi regimi arabi nel nord dell’Africa e in Medio Oriente, nell’incalzare le autorità costituite ad accettare le richieste di riforma che arrivavano dalle piazze in rivolta, senza mai sconfessare direttamente i governanti in carica.  La prudenza adottata dalla Clinton ha permesso agli Stati Uniti di cavalcare da un lato l’idealismo della rivolta, rimanendo saldamente ancorati a una politica improntata al realismo, necessaria per proteggere gli interessi americani nella regione.

La rivoluzione in corso nei paesi arabi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente è partita il 17 dicembre 2010, quando Mohamed Bouazizi un ambulante tunisino si è dato alle fiamme per protestare contro un’ingiustizia subita.  Gli eventi scaturiti dal sacrificio di Bouazizi hanno portato prima alle dimissioni a metà gennaio 2011 di Zine el-Abidine Ben Ali, al potere da ventiquattro anni, e, infine, a fine febbraio, alle manifestazioni giornaliere da parte di migliaia di tunisini che chiedono le dimissioni del governo provvisorio, guidato da Mohamed Ghannouchi.  Le possenti proteste popolari in Egitto dal 25 gennaio 2011 hanno portato alle dimissioni di Hosni Mubarak due settimane più tardi, l’11 febbraio 2011.  Cinque giorni dopo, il 16 febbraio 2011, le masse popolari in Libya chiedono la fine della dittatura di Muammar Gheddafi, che dura da oltre quaranta anni.  Gheddafi in questi giorni è in seria difficoltà, e non è ancora certa quale piega prenderà la protesta della piazza.  Le proteste in Giordania e in Bahrein hanno avuto, almeno per il momento, conseguenze meno drammatiche per il potere costituito, perché le autorità hanno immediatamente aperto canali per dialogare con la piazza, in parte seguendo i consigli della Casa Bianca.

La politica estera americana dovrà sviluppare una strategia capace di prendere in considerazione il rapido cambiamento degli scenari nella regione anche per quanto riguarda gli interessi strategici dei partner europei.  Molti paesi del vecchio continente sono legati a doppio filo con i regimi arabi, sia per gli enormi investimenti finanziari arabi in Europa, sia per le commesse delle imprese europee nei paesi arabi.  E’ di vitale importanza per l’Europa assicurarsi anche uno stabile approvvigionamento di petrolio e gas dai paesi oggi al centro delle rivolte popolari.  Gli europei sono anche particolarmente preoccupati per gli eventuali arrivi in massa di tantissimi immigrati in fuga dai paesi in rivolta.  Qualsiasi intervento americano a sostegno delle masse arabe in rivolta potrebbe suscitare un’irritazione molto forte da parte degli alleati europei.
Il direttore di Time e commentatore della Cnn, Fareed Zakaria avverte che Obama non potrà rimanere a lungo affacciato alla finestra, in attesa degli eventi.  Per Zakaria, “l’amministrazione deve formulare una strategia che si adegui a questo storico change”, lo dovrà fare al più presto.

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Obama il centrista

Anthony M. Quattrone

U.S. President Barack Obama views a turbine as he tours General Electric's birthplace in Schenectady, New York, January 21, 2011. With Obama is plant manager Kevin Sharkey. REUTERS/Kevin Lamarque

Molti osservatori americani si chiedono, a due anni dall’inaugurazione della presidenza Obama, quale sia il credo politico, o l’ideologia dell’attuale inquilino della Casa Bianca.  Barack Obama è stato eletto all’insegna del cambiamento, l’unità, la condivisione, la razionalità, la risoluzione, il pragmatismo.  Secondo Jacob Bronsther, in un articolo pubblicato nel Christian Science Monitor il 21 gennaio 2011, gli americani conoscono la differenza ideologica tra Franklin Delano Roosevelt e Ronald Reagan, ma non sono certi sui valori filosofici e politici di Obama.  Bronsther, il quale sostiene che Obama ha enunciato dei principi metodologici, come il pragmatismo e il cambiamento, piuttosto che dei principi ideologici, ricorda che nel 2009 il New York Times chiese al Presidente se ci fosse una parola che potesse definire la sua filosofia.  Il giornale gli chiese se fosse un socialista, o un progressista, o un “liberal”.  Obama rispose che non voleva lasciarsi coinvolgere in quel tipo di discussione, rilevando la sua avversione per le etichette.  Per Bronsther, la riluttanza di Obama di dichiarare quali sono i suoi principi guida, se è più vicino a Roosevelt o a Reagan, crea enormi problemi per tutti, e in primo luogo per il Paese che lui vorrebbe o dovrebbe unire attorno ad una visione.  Se Obama vuole creare a un movimento che duri nel tempo, dovrà, primo o poi, enunciare il suo credo.

Secondo quanto scrivono Jackie Calmes e Jeff Zeleny nel New York Times del 22 gennaio 2011, Obama cercherà di raccontare una visione “centrista” in occasione del discorso sullo stato dell’Unione del prossimo 25 gennaio 2011.  In un video che Obama ha inviato ai suoi sostenitori, emerge l’intenzione del Presidente di spostarsi verso il centro, appellandosi agli elettori indipendenti, ai manager e agli imprenditori che si sentono alienati dall’espansione del ruolo del governo federale nell’economia e dalla virulenta lotta fra democratici e repubblicani nel Congresso.  Secondo Jackie Calmes e Jeff Zeleny, Obama cercherà di focalizzare l’attenzione degli americani sulla necessità di costruire fondamenta solide su cui ergere l’America del futuro, basandosi sul concetto di unità nazionale e di rinascita, assieme alla necessità d’interventi mirati da parte del governo federale, cercando nel frattempo di ridurre il deficit di bilancio.

Nel video inviato ai sostenitori, Obama ricorda che la sua attenzione principale rimane quello di assicurare che l’America sia competitiva sul mercato globale, e che si creino posti di lavoro non solo oggi ma anche nel futuro. Per Obama, ci sono grandi sfide di fronte agli americani, ma “siamo capaci di affrontarle, se ci uniamo come popolo — repubblicani, democratici, e indipendenti – se siamo capaci di focalizzarci su quello che ci unisce, e se siamo disposti a trovare un terreno comune, anche quando siamo impegnati in ardenti discussioni”.  Secondo il New York Times, il tentativo di Obama di rinnovare la sua immagine dopo due anni d’iniziative percepite come progressiste da parte degli americani, sarà difficile, ma non impossibile, anche perché stanno arrivando, finalmente, alcuni segnali positivi dall’economia.

Il problema per il presidente americano sarà quello di conciliare il tentativo di apparire di centro, riducendo il deficit pubblico, senza perdere il sostegno della sinistra progressista del partito democratico, spendendo di più nei campi dell’istruzione pubblica, i trasporti, e l’innovazione tecnologica.  Se l’economia si riprendesse, e più americani tornassero al lavoro, il miracolo potrebbe avvenire, con introiti maggiori per l’erario, e una conseguente riduzione del deficit, senza sacrificare le iniziative care a Obama e alla sinistra liberal.
Nell’attesa per il discorso di martedì sullo stato dell’Unione, l’opposizione repubblicana ha già deciso di continuare sulla strada intrapresa due anni fa, cioè di attaccare Obama su tutto senza dare mai tregua.  Per il momento, la strategia repubblicana ha pagato con la riconquista della Camera nelle elezioni dello scorso novembre.  Se l’economia dovesse riprendersi, tuttavia, i repubblicani avranno bisogno di argomenti più convincenti per sconfiggere Obama nel 2012, e non vorranno, sicuramente, apparire agli americani come quelli che si augurino “il tanto peggio, tanto meglio” per scopi puramente politici.

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