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	<title>Politica Americana &#187; dalai lama</title>
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		<title>Obama, niente più sconti alla Cina</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 11:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall&#8217;incontro con Dalai Lama alle presioni sullo yuan passando per le armi a Taiwan: la musica è cambiata Anthony M. Quattrone Il presidente americano, Barack Obama, a un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha deciso di cambiare politica &#8230; <a href="http://politicamericana.com/2010/02/06/obama-niente-piu-sconti-alla-cina/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&amp;blog=4050906&amp;post=912&amp;subd=politicamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_914" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://politicamericana.files.wordpress.com/2010/02/dalai-lama-in-d-c-oct-09.jpg"><img class="size-medium wp-image-914" title="Dalai Lama in D.C. Oct 09" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2010/02/dalai-lama-in-d-c-oct-09.jpg?w=300&#038;h=212" alt="" width="300" height="212" /></a><p class="wp-caption-text">The Dalai Lama delivers a speech in Washington, DC in October 2009. The White House is standing tough on President Barack Obama&#39;s plans to meet with the Dalai Lama in February 2010, firmly rejecting Chinese pressure to snub him as rows escalate between Washington and Beijing. (AFP/File/Karen Bleier)</p></div>
<p><span style="color:#0000ff;"><span style="text-decoration:underline;"><strong>Dall&#8217;incontro con Dalai Lama alle presioni sullo yuan passando per le armi a Taiwan: la musica è cambiata</strong></span></span></p>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Il presidente americano, Barack Obama, a un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha deciso di cambiare politica nei confronti della Cina comunista. Prima della sua visita a Pechino, lo scorso novembre, Obama ha tenuto un atteggiamento particolarmente prudente e attento nei confronti delle sensibilità cinesi, evitando di sollevare pubblicamente qualsiasi argomento controverso, dai diritti civili all’economia, alle questioni generali di politica estera. Da qualche giorno i toni sono concretamente cambiati, e si ravvisa una decisa pressione politica americana nei confronti del colosso asiatico per quanto riguarda la politica estera e militare, i diritti civili, e l’economia.Ormai sembrerebbe far parte di un passato remoto la dichiarazione che il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha fatto durante la sua prima visita ufficiale a Pechino un anno fa, quando disse che i diritti civili non dovevano interferire nei rapporti fra Stati Uniti e Cina, causando non poche perplessità fra chi guarda all’America come il massimo difensore della libertà e dei diritti umani. Poche settimane fa, infatti, dopo che Google ha denunciato atti di pirateria informatica da parte di hacker cinesi, presumibilmente ingaggiati dalle autorità di Pechino per violare le caselle postali “g-mail” di noti attivisti per i diritti civili, la Clinton ha apertamente criticato la Cina per la censura che impone sui motori di ricerca dell’Internet, sostenendo la necessità di “un unico Internet, dove l’intera umanità abbia eguale accesso al sapere e alle idee”.</p>
<p>Il presidente Obama aveva chiaramente indicato durante la sua visita in Cina che la questione dei diritti civili era e rimane importante per gli Usa, ma, a parte qualche moderata dichiarazione pubblica, ha evitato, durante la visita, di riportarla al centro della politica americana nei confronti di Pechino, preferendo di puntualizzare i punti di accordo fra i due Paesi. Sembrava che il presidente e i suoi massimi collaboratori sperassero che attraverso una silenziosa politica nel retroscena, si poteva ottenere di più dai cinesi. Forse, oggi, il presidente si è reso conto che la massima di Mao Tse Tung, che la contraddizione interna è più importante di quella esterna, è ancora valida in Cina, dove gli equilibri politici interni al Partito comunista sono più importanti dei rapporti internazionali e di qualsiasi fattore esterno. <span id="more-912"></span></p>
<p>La decisione di Obama di non incontrare Sua Santità il Dalai Lama lo scorso ottobre, durante un soggiorno del leader spirituale tibetano negli Usa, prima del viaggio del presidente americano in Cina, era dettata dalla speranza comune di Obama e del Dalai Lama di non causare turbolenze nei rapporti fra Usa e Cina, con l’obiettivo di influenzare positivamente la politica cinese nei confronti del Tibet. Dopo l’annuncio, fatto dallo staff del presidente lo scorso primo febbraio, che Obama incontrerà il Dalai Lama quando quest’ultimo visiterà l’America alla fine del mese, la Cina ha scatenato una ferma campagna anti-americana, minacciando contro misure. Per Pechino non è sufficiente che gli Stati Uniti dichiarano che il Tibet è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, ma, per i cinesi gli americani non devono assolutamente incontrare il Dalai Lama. Non ci sono mezze misure con Pechino. I cinesi invitano gli americani a non intromettersi negli affari interni cinesi, ma non esitano a dettare condizioni al presidente degli Stati Uniti e ai governanti di altri Paesi che vogliono incontrare il Dalai Lama, il quale è anche uno dei maggiori leader religiosi mondiali e un Premio Nobel per la Pace.</p>
<p>In pochi giorni, l’amministrazione americana, dopo aver incassato l’opposizione cinese alla proposta americana di imporre nuove sanzioni contro l’Iran per la questione del nucleare, ha preso diverse iniziative, forse cogliendo i cinesi di sorpresa, per puntualizzare che qualcosa è cambiato nell’atteggiamento di Washington nei confronti di Pechino. L’America ha deciso di vendere a Taiwan, considerata una regione ribelle da parte di Pechino, armi per oltre sei miliardi di dollari, immediatamente causando, da parte cinese, la sospensione degli scambi e dei rapporti militari con gli Usa, il congelamento dei negoziati sulla sicurezza, e l’annuncio di sanzioni alle ditte americane che venderanno armi a Taiwan.</p>
<p>Obama ha duramente attaccato Pechino in campo economico proprio mercoledì scorso durante un incontro con senatori democratici, dichiarando che “la Cina utilizza la valuta per gonfiare in maniera artificiale i prezzi delle nostre esportazioni e abbassare il prezzo dei loro prodotti”. Obama ha anche dichiarato che “il nostro approccio nei confronti di Pechino è quello di una maggiore severità sul rispetto delle regole. Continueremo a premere perché sia la Cina, sia altri Paesi aprano i loro mercati ai nostri beni”.</p>
<p>Nei prossimi giorni si capirà se il cambio di rotta di Obama nei confronti della Cina si consoliderà, quali saranno le contro misure di Pechino, e quale sarà l’atteggiamento degli europei. Se l’Occidente riuscisse a rimanere unito sui suoi valori democratici e liberali, la Cina potrebbe essere costretta a fare qualche fondamentale passo in avanti verso il rispetto dei diritti umani e delle regole del mercato libero. Ora Obama deve convincere gli alleati europei che l’America è determinata nell’affrontare i cinesi: solo così potrà sperare di ottenere l’appoggio del Vecchio Continente.</p>
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		<title>Obama, il Nobel, e la visita del Dalai Lama</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 17:26:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_808" class="wp-caption alignleft" style="width: 275px"><a href="http://www.visionoftibet.com/HH-Obama.htm"><img class="size-medium wp-image-808" title="Dalai Lama with Obama in 2005" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/10/dalai-lama-with-obama-in-2005.jpg?w=265&#038;h=300" alt="HH the Dalai Lama with President Barack Obama.  Meeting at the Senate, 2005 (Photo by Sonam Zoksang. High-quality, archival inkjet 8.5&quot; x 11&quot; print signed by the photographer: $15.00 ALL PROFITS from the sale of this photo will go to www.studentsforafreetibet.org)" width="265" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">HH the Dalai Lama with President Barack Obama.  Meeting at the Senate, 2005.   (Photo by Sonam Zoksang. High-quality, archival inkjet 8.5&quot; x 11&quot; print signed by the photographer: $15.00 all profits from the sale of this photo will go to www.studentsforafreetibet.org)</p></div>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>L’annuncio fatto lo scorso venerdì che il premio Nobel per la pace per il 2009 sarà assegnato a Barack Obama è sorprendente, perché il giovane presidente americano non ha ancora avuto il tempo necessario per portare a termine qualche importante iniziativa in politica estera, nel bene o nel male.  Lo stesso Obama è apparso alquanto sorpreso dall’attribuzione del premio, e <a href="http://www.whitehouse.gov/the_press_office/Remarks-by-the-President-on-Winning-the-Nobel-Peace-Prize/" target="_blank">ha immediatamente dichiarato che lo considera più una “chiamata all’azione”</a> per una politica di pace da parte sua, dell’America, e delle persone di buona volontà, piuttosto che un riconoscimento per qualcosa che avrebbe fatto.</p>
<p>Molti osservatori riconoscono che Obama ha portato nella politica estera americana una ventata d’aria fresca, o, addirittura, un piacevole ritorno al passato, dove la diplomazia torna di nuovo in primo piano, e dove l’azione multilaterale va a sostituire quella unilaterale da parte della superpotenza d’oltreoceano.  Obama non fa alcun mistero della sua preferenza per una politica realista, abbandonando l’idealismo di George W. Bush, mettendo chiaramente in secondo piano l’esportazione della democrazia e dei principi occidentali di libertà, privilegiando la necessità di dialogare con tutti, su tutto.  Obama, tuttavia, non considera il realismo nella politica estera come l’abbandono della lotta per la libertà in ogni angolo del mondo a favore di una cinica azione basata sugli interessi economici, politici, e militari americani, ma ritiene che attraverso il dialogo, utilizzando metodi di convincimento alternativi allo scontro diretto basato sulla chiusura e l’uso della forza, si può anche avanzare i diritti civili e la libertà.</p>
<p>Le critiche per l’assegnazione del Nobel per la pace ad Obama sono piovute da destra e da sinistra, sia negli Usa, sia nel resto del mondo.  E’ difficile comprendere, per alcuni, perché Obama è già meritevole di un riconoscimento così alto, specialmente quando c’erano altri candidati che avevano già dimostrato di meritare il premio per il loro impegno non violento nella lotta per avanzare i diritti civili, o per l’avanzamento della pace nel mondo.  In America, alcuni commentatori di destra considerano l’assegnazione del premio il riconoscimento che il presidente americano piace a quella parte del mondo che non vuole un’America capace di difendersi con la forza.  Questi stessi commentatori di destra vedono il premio come un peso al collo del presidente, e come un tentativo da parte dei “pacifisti” di legare le mani al presidente nelle scelte che dovrà fare rispetto all’uso della forza in Afghanistan.</p>
<p>Le critiche ad Obama sono arrivate anche dai Taleban, da Hamas e da Gino Strada, il fondatore di Emergency, così come da personaggi della destra americana capeggiati da Rush Limbaugh, che conduce da diversi mesi, attraverso il suo programma radiofonico, un attacco costante contro il presidente.  Anche il presidente del Comitato nazionale repubblicano, Micheal Steele, ha attaccato Obama pubblicamente, scrivendo, in un comunicato diffuso dal partito, che &#8220;La vera domanda che si pongono gli americani è: che cosa ha realizzato veramente il presidente Obama? E&#8217; spiacevole che il potere di star del presidente abbia messo in ombra instancabili attivisti, che hanno raggiunto traguardi lavorando per la pace e i diritti umani.  Una cosa è certa, il presidente Obama non riceverà nessun premio dagli americani per i posti di lavoro creati, responsabilità fiscale o per aver messo da parte la retorica per le azioni concrete&#8221;. <span id="more-800"></span></p>
<p>Il premio ad Obama è stato annunciato proprio mentre si concludeva la visita in America di un altro premio Nobel per la pace, Sua Santità il 14mo Dalai Lama, al quale fu assegnato il massimo premio proprio vent’anni fa, in riconoscimento della sua determinata lotta non violenta a favore dei diritti del popolo tibetano.  Qualche giorno prima dell’annuncio dell’assegnazione del Nobel, era partita una campagna di stampa mondiale di critica ad Obama perché avrebbe rifiutato di incontrare il Dalai Lama durante il soggiorno di quest’ultimo a Washington.  E’ interessante notare che la notizia del “rifiuto” è rimbalzata in tutto il mondo, nell’arco di 24 ore, ed è stata rilanciata anche dai giornali italiani, senza controllare la precisione della notizia.  Una nota dell’<a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Non-sono-sicuro-di-meritarlo-A-Obama-il-Nobel-per-la-pace-e-lOscar-delle-polemiche_3859909490.html" target="_blank">ADN Kronos del 10 ottobre 2009</a>, nel riassumere le reazioni all’assegnazione del premio ad Obama, riferisce una dichiarazione del vice ministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, secondo cui &#8221;Il presidente Obama nel nome di una feroce real politik rifiuta di ricevere il Dalai Lama, che da anni si batte per far riconoscere i diritti della sua patria calpestata e umiliata, e giustamente oggi riceve il Nobel per la pace&#8230;&#8221;.</p>
<p>I maggiori giornali hanno ignorato la notizia che Obama aveva inviato emissari di alto rango, a parlare con il Dalai Lama a Dharamsala il 13 e 14 settembre, per coordinare l&#8217;approccio da tenere in vista del viaggio che Obama deve fare in Cina a metà novembre.  Secondo il sito ufficiale del Dalai Lama, il sottosegretario agli Esteri, Valerie Jarrett e la coordinatrice speciale per gli affari tibetani del Dipartimento di Stato, Maria Otero, hanno incontrato sia il Dalai Lama, sia il primo ministro del governo tibetano in esilio, Samdong Rimpoche a Dharamsala, India.  <a href="http://www.dalailama.com/news.432.htm" target="_blank">Il comunicato, pubblicato il 14 settembre 2009 su www.dalailama.com</a>, dichiara che “Sua Santità auspica di incontrare il Presidente Obama dopo la visita in Cina”.  Nel comunicato si legge che “La signora Jarrett ha discusso con Sua Santità su quale poteva essere il miglior modo per gli Stati Uniti di aiutare a risolvere la questione tibetana, in particolare durante il primo viaggio di Obama in Cina a novembre.  Sua Santità ha riferito alla signora Jarrett i temi che vorrebbe che il Presidente Obama portasse con se quando visiterà la Cina.  Sua Santità ha anche trasmesso la sua forte convinzione che gli Stati Uniti e la Cina devono avere rapporti molto buoni basati su principi corretti.”</p>
<p>L’assegnazione del premio Nobel per la pace ad Obama è sicuramente un incoraggiamento a lavorare in modo non violento, per la risoluzione dei conflitti e per l’avanzamento dei diritti civili nel mondo, così come Obama farà sicuramente durante la sua visita in Cina.  La critica fatta da coloro che credono che Obama non abbia ancora fatto niente di particolarmente rilevante per meritarsi il Nobel è sicuramente fondata.  Chi nega, invece, che il giovane presidente sta lavorando per riportare il confronto politico internazionale sul terreno della diplomazia, non è interessato all’avanzamento della pace o dei diritti civili, ma solo ad un tornaconto politico immediato.</p>
<br /> Tagged: dalai lama, Fai notizia, nobel per la pace, Obama, tibet <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/politicamericana.wordpress.com/800/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/politicamericana.wordpress.com/800/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&amp;blog=4050906&amp;post=800&amp;subd=politicamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Pechino-Washington: incrocio pericoloso</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 22:07:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anthony M. Quattrone, Ph.D.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le gaffe di Hillary Clinton e l&#8217;aggressività cinese Anthony M. Quattrone Quando lo scorso 20 febbraio, il Segretario di stato americano, Hillary Clinton, dichiarò che le violazioni dei diritti civili da parte dei cinesi non dovevano impedire una fattiva collaborazione &#8230; <a href="http://politicamericana.com/2009/03/16/pechino-washington-incrocio-pericoloso/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=politicamericana.com&amp;blog=4050906&amp;post=583&amp;subd=politicamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="text-decoration:underline;">Le gaffe di Hillary Clinton e l&#8217;aggressività cinese</span></strong></p>
<div id="attachment_586" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-586" title="Japan Tibet" src="http://politicamericana.files.wordpress.com/2009/03/japan-for-tibet-march-2009.jpg?w=300&#038;h=233" alt="Free Tibet activists march during a peace march rally in Tokyo, Japan, Saturday, March 14, 2009. The rally marks the 50th anniversary of the failed uprising against the Chinese rule in their homeland. (AP Photo/Itsuo Inouye)" width="300" height="233" /><p class="wp-caption-text">Free Tibet activists march during a peace march rally in Tokyo, Japan, Saturday, March 14, 2009. The rally marks the 50th anniversary of the failed uprising against the Chinese rule in their homeland. (AP Photo/Itsuo Inouye)</p></div>
<p>Anthony M. Quattrone</p>
<p>Quando lo scorso 20 febbraio, il Segretario di stato americano, Hillary Clinton, dichiarò che le violazioni dei diritti civili da parte dei cinesi non dovevano impedire una fattiva collaborazione fra gli Stati Uniti e la Cina sugli altri temi, come la crisi economica globale, il cambiamento climatico, e sulle minacce alla sicurezza da parte di paesi come la Corea del Nord, molti attivisti nel campo dei diritti civili rimasero alquanto perplessi, se non totalmente sorpresi.  Amnesty International si è affrettata a ricordare alla signora Clinton che, “gli Stati Uniti sono fra i pochi paesi al mondo che possono affrontare la Cina sulla questione dei diritti umani”.  Secondo Amensty International, “il popolo cinese è in una situazione gravissima, con mezzo milione di persone che sono attualmente imprigionate in campi di lavoro, con molte donne obbligate ad abortire, e altre che sono sterilizzate per garantire la politica demografica cinese, che prevede solo un figlio a coppia”.</p>
<p>Il tempismo delle dichiarazioni della Clinton è stato particolarmente sfortunato, se si considera che nel 2009 ricorrono due anniversari molto significativi nel campo dei diritti civili e della libertà.  Il 10 marzo è stato il cinquantesimo anniversario della fallita rivolta del popolo tibetano, che nel 1959, fu schiacciato nel sangue da parte del cosiddetto “esercito di liberazione” cinese, portando poi all’esilio di Sua Santità il 14mo Dalai Lama.  Il prossimo 4 giugno sarà il ventesimo anniversario dell’eccidio di Piazza Tienanmen di Pechino, quando, nel 1989, centinaia, se non migliaia, di pacifici manifestanti cinesi furono massacrati dalle forze armate.  Due massacri a distanza di 30 anni l’una dall’altra, sono ancora oggi vivi nella memoria di tutti coloro che amano la libertà, la democrazia, e credono nell’autodeterminazione dei popoli.</p>
<p>Il governo americano ha voluto rimediare subito al malumore creato dalle dichiarazioni della Clinton, con due interventi che hanno scatenato una furibonda reazione da parte dei cinesi.  Il primo si riferisce al rapporto annuale pubblicato dal Dipartimento di Stato, sullo status dei diritti umani nel mondo.  Il documento, pubblicato il 25 febbraio 2009, firmato proprio da Hillary Clinton, come capo del Dipartimento di Stato, accusa la Cina di aver incrementato la repressione culturale e religiosa in Tibet ed in altre zone del paese, aumentando anche il numero degli arresti e degli abusi nei confronti di cittadini appartenenti alle diverse minoranze.  Per il Dipartimento di Stato, la situazione dei diritti umani in Cina è rimasta a livelli bassi, ed in alcune zone del paese è addirittura peggiorata.  Le autorità cinesi, secondo il rapporto, permettono uccisioni extragiudiziarie, l’uso della tortura, l’estorsione di confessioni dai prigionieri, e fanno anche largo uso di campi di lavoro, limitando il diritto alla privacy, il diritto di parola, di assemblea, di movimento, e di associazione.  Purtroppo, secondo quanto dichiara il Dipartimento di Stato Usa, la repressione cinese e la violazione dei diritti umani è aumentata proprio durante le Olimpiadi di Pechino, nell’agosto del 2008, ed anche alla fine dell’anno, in occasione di una petizione firmata sull’internet da ottomila cinesi, in cui si chiede l’ampliamento dei diritti di espressione. <span id="more-583"></span></p>
<p>La seconda iniziativa del governo Usa proviene direttamente dalla Casa Bianca, dove Robert Gibbs, il portavoce del presidente Barack Obama, ha dichiarato il 10 marzo 2009 che, mentre “rispettiamo l’integrità territoriale della Cina e consideriamo il Tibet come parte della Cina, siamo preoccupati a riguardo della situazione dei diritti umani in Tibet”. La Casa Bianca ha chiesto con forza ai governanti cinesi di intavolare trattative serie con i rappresentanti del Dalai Lama.  I cinesi hanno risposto alle iniziative americane con una protesta del ministero degli esteri.  Secondo, Ma Zhaoxu, il portavoce del ministero, “la parte americana ha confuso i fatti e accusa erroneamente la Cina, per nessun motivo, attraverso la sua grossolana ingerenza negli affari interni cinesi”.</p>
<p>Se la questione dei diritti umani in Cina è rimasto sempre un punto di dissidio fra Washington e Pechino, i due giganti che si affacciano sul Pacifico hanno però trovato molto in comune nel condurre affari economici negli ultimi trenta anni.  Ora, forse qualcosa sta cambiando proprio a causa dell’attuale contingenza economica, perché gli interessi che hanno unito Usa e Cina nell’import e nell’export, ora vanno in direzioni diverse.</p>
<p>Durante la grossa espansione cinese degli ultimi decenni, favorita dagli investimenti occidentali, con l’installazione in Cina di interi settori della produzione manifatturiera, dall’abbigliamento agli elettrodomestici, la Cina è diventata una parte integrante della catena produttiva capitalista mondiale, e i suoi prodotti trovavano i maggiori acquirenti specialmente in Usa.  Il processo di apertura della produzione cinese verso il mercato globale, tuttavia, non ha sempre funzionato in senso inverso, e i prodotti occidentali, con alcune irrilevanti eccezioni, trovavano un mercato in Cina solo se questi erano fabbricati in quel paese.  Oggi, la produzione cinese deve fare i conti con la crisi mondiale affrontando la realtà che le esportazioni sono in caduta libera.  E’ dell’11 marzo 2009 la notizia che l’export cinese sembrerebbe aver subito un tracollo già del 20%, ben oltre la stima ottimista che prevedeva un calo dell’uno percento.  Il governo di Pechino è dovuto intervenire con un piano di stimolo dell’economia per 586 miliardi di dollari, prevedendo tagli fiscali, e bloccando l’apprezzamento dello yuan.  Già sono milioni i lavoratori cinesi che hanno perso il posto di lavoro.</p>
<p>L’obiettivo di creare una società armoniosa, tanto esaltata dalla dirigenza cinese, e in primo luogo dal premier Wen Jiabao, può essere raggiunto solo se si riesce a garantire alla popolazione il lavoro e un reddito costante.  La mancanza dei diritti civili liberali in Cina è stata controbilanciata, almeno da un punto di vista della propaganda, dall’attuazione dei diritti sociali, come il lavoro, la casa, il servizio sanitario nazionale.  La crisi economica mondiale influenza anche la Cina, proprio a causa dell’interdipendenza dell’economia cinese con quella del resto del globo, creando il rischio che l’obiettivo della “società armoniosa” fallisca in pieno.  I dirigenti comunisti forse dovranno affrontare, a breve, non solo le proteste dei tibetani e delle altre minoranze oppresse, e quelle dei cinesi che vogliono più diritti civili, ma anche dei milioni di disoccupati che reclamano “pane e lavoro”.  La miscela che si sta formando potrebbe creare una situazione esplosiva per la Cina comunista.</p>
<p>La dirigenza di Pechino ha forse la necessità di distogliere l’opinione pubblica dalla crisi economica in corso, e indirizzare l’attenzione altrove, mentre aumenta la repressione interna.  Ed è forse proprio questa la ragione cui i comunisti cinesi hanno reagito con tanta determinazione l’8 marzo, alla presenza della nave militare americana USNS Impeccabile, a circa 120 chilometri dall’Isola di Hainan, nel mar cinese meridionale, in acque internazionali, circondando la nave a stelle strisce con cinque imbarcazioni, rischiando in questo modo lo scontro. Il dipartimento della difesa Usa ha riferito che l’incidente dell’8 marzo 2009 era stato preceduto nei giorni scorsi da comportamenti sempre più aggressivi da parte delle imbarcazioni cinesi.</p>
<p>Le crisi economiche e politiche normalmente creano preoccupazioni, ma anche grandi opportunità.  C’è chi in America e nel mondo occidentale vorrebbe che in Cina regnasse lo status quo, necessario per fare buoni affari. C’è invece chi spera che qualcosa accada per dare ad oltre un miliardo di cittadini cinesi la libertà, quella dei diritti liberali.  La politica estera americana ed europea, in questo momento di crisi economica globale, potrà influenzare in modo decisivo cosa succederà in Cina. Una sola cosa è certa: mettere in secondo piano i diritti umani, come ha fatto Hillary Clinton durante il suo recente viaggio in Cina, non serve al popolo cinese.</p>
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