Obama e l’Egitto in fiamme

U.S. President Barack Obama makes a statement about the violence in Egypt while at his rental vacation home on the Massachusetts island of Martha's Vineyard in Chilmark, August 15, 2013. (Photo: Reuters)

U.S. President Barack Obama makes a statement about the violence in Egypt while at his rental vacation home on the Massachusetts island of Martha’s Vineyard in Chilmark, August 15, 2013. (Photo: Reuters)

Anthony M. Quattrone, Ph.D.

Il presidente americano Barack Obama è in grande difficoltà di fronte agli avvenimenti che stanno accadendo in Egitto in questi giorni di metà agosto.  Il massacro di centinaia di civili, sostenitori del primo presidente eletto democraticamente, Mohamed Morsi, leader del movimento integralista islamico, i Fratelli Mussulmani, è documentato da tutte le televisioni americane.  Il presidente condanna la violenza contro i civili ma non usa la terminologia “colpo di stato” per descrivere l’intervento dello scorso 3 luglio da parte delle forze armate egiziane, perché la legge americana vieterebbe al governo USA di fornire circa 1,3 miliardi di dollari ai militari egiziani in caso di “golpe”.  In caso di blocco dei finanziamenti USA all’Egitto, non solo le maggiori imprese americane nel campo della difesa, come la Lockheed Martin e la General Dynamics, perderebbero milioni di dollari in commesse militari, ma ci sarebbero anche riflessi negativi sull’industria italiana, perché l’Italia è tra i cinque maggiori fornitori europei delle forze armate egiziane e le esportazioni di armi dall’Italia all’Egitto sono in costante crescita, anche quest’anno.

Il presidente americano Barack Obama aveva rilasciato il 3 luglio 2013 una articolata dichiarazione attraverso un comunicato stampa con precise valutazioni rispetto alle azioni intraprese dalle forze armate egiziane, culminate prima nella rimozione e successivamente nell’arresto del primo presidente Morsi. Il presidente egiziano, che era stato eletto il 24 giugno 2012 con il 51% dei voti, era diventato il bersaglio degli attacchi dell’opposizione quando, il 22 novembre 2012, si era attribuito attraverso un decreto amplissimi poteri fra cui quello di rendere non impugnabili i suoi decreti presidenziali.  Le opposizioni avevano visto nel decreto del 22 novembre 2012 l’inizio di un’involuzione autoritaria, che avrebbe potuto portare alla limitazione dello stato di diritto, schiacciando qualsiasi possibilità di futuro confronto democratico, con l’islamizzazione dello Stato, che avrebbe potuto portare il paese verso una dittatura islamica.

Nella dichiarazione del 3 luglio 2013, Obama espresse la sua profonda preoccupazione “per la decisione delle Forze Armate egiziane di rimuovere il presidente Morsi e sospendere la Costituzione egiziana.”  Il presidente americano lanciò anche un “appello alle forze armate egiziane affinché agiscano rapidamente e responsabilmente per restituire piena autorità ad un governo civile democraticamente eletto, il più presto possibile, attraverso un processo inclusivo e trasparente”. Obama ammonì anche le forze armate affinché si evitasse “qualsiasi arresto arbitrario ai danni del presidente Morsi e dei suoi sostenitori”.  Obama faceva anche appello a tutte le parti per risolvere in modo nonviolento le differenze, garantendo la sicurezza e i diritti di tutti, ribadendo che gli USA non sostenevano nessuna delle parti in lotta, ma che era opinione degli americani che solo il rispetto dello stato di diritto e della procedura democratica avrebbe potuto garantire al popolo egiziano il raggiungimento delle sue giuste aspirazioni.

Dal 3 luglio ad oggi, la situazione in Egitto è precipitata e le peggiori preoccupazioni del presidente Obama si sono avverate.  Oggi, con le immagini in diretta TV del massacro in corso, con la determinazione dei leader dei Fratelli Mussulmani di esigere attraverso la mobilitazione della piazza il rispetto delle regole democratiche che avevano portato all’elezioni di Morsi nel giugno 2012, Obama si trova in una situazione dove qualsiasi iniziativa americana può innescare una serie di eventi imprevedibili.  Nel frattempo il presidente americano ha cancellato il 15 agosto 2013 le esercitazioni che i militari americani e egiziani avrebbero dovuto svolgere il prossimo settembre, ma continua ad evitare di parlare di colpo di stato.

Obama è consapevole che se i militari egiziani non ridessero ai civili il potere nel breve termine e se l’Egitto non riuscisse a continuare nel suo percorso verso uno stato di diritto, con garanzie per i diritti civili, e con un governo eletto democraticamente, il futuro di tutte le rivoluzioni democratiche arabe sarebbe in pericolo.  Il fallimento della democrazia in Egitto e in tutto il mondo arabo fornirebbe argomenti a coloro che in America, sia di centrodestra sia di centrosinistra, credono che l’Islam sia incompatibile con la democrazia, con la libertà e con lo stato diritto e che l’unica forma di dialogo con i paesi islamici è quello che si basa sull’uso della forza.  Il fallimento della democrazia in Egitto potrebbe innescare una reazione a catena in tutto il mondo arabo, allontanando la possibilità di un raggiungimento di una pace duratura fra arabi e israeliani e una soluzione equa per il popolo palestinese.  Le decisioni che prenderà Obama nelle prossime ore potranno influenzare il corso degli eventi per i prossimi anni in tutto lo scacchiere mediorientale.

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Disoccupazione USA: un calo solo statistico

Anthony M. Quattrone

Il tasso di disoccupazione americano è sceso al 7,5% per il mese di aprile 2013, registrando il livello più basso in quattro anni. Il dato, annunciato il 3 maggio 2013 dal Dipartimento del Lavoro USA, ha avuto un effetto positivo immediato sui mercati americani e internazionali, portando la Media Industriale Dow Jones sopra quota 15.000 per la prima volta nella sua storia. Secondo i dati annunciati dal governo USA, i nuovi posti di lavoro, nei settori non agricoli, sono aumentati di 165 mila unità, superando di 20 mila quelli già previsti. Il dato di aprile è anche superiore alla rilevazione di marzo, che, dopo varie correzioni, si è attestato ad un aumento di circa 138 mila posti di lavoro rispetto al mese precedente.

La traiettoria positiva sicuramente avvantaggia il presidente Barack Obama e suggerisce che l’economia americana si stia avviando verso la risoluzione di una lunga crisi, beneficiando di un mercato immobiliare in netta ripresa, un aumento della fiducia dei consumatori, e di una serie di iniziative da parte della Federal Reserve, che hanno aiutato a far diminuire i costi del credito e aumentare il valore del mercato azionario. La Fed ha indicato che intende tenere il costo del denaro il più basso possibile, almeno sino a quando la disoccupazione non sarà scesa fino al 6,5 percento.

Obama, nel discorso che tenne il 7 novembre 2012, in occasione della vittoria nelle elezioni presidenziali per il suo secondo mandato, disse che “Possiamo continuare a lottare per nuovi posti di lavoro, per nuove opportunità e per una sicurezza nuova a favore della classe media . . . Credo che siamo in grado di mantenere le promesse dei nostri padri fondatori, l’idea che se vuoi lavorare sodo . . . allora puoi farlo qui, in America”. Oggi la promessa di Obama sembra prendere forma mentre gli Stati Uniti continuano a immettere posti di lavoro nell’economia.

Tuttavia, non tutti gli analisti concordano sulla bontà dei dati sulla discesa della disoccupazione, perché la metodologia del calcolo della percentuale di disoccupazione non da un quadro completo della situazione del lavoro negli USA.

Secondo alcuni analisti, sarebbe importante controllare nelle statistiche pubblicate dal governo USA il dato percentuale generato dal rapporto fra il numero di persone impiegate e la popolazione “non instituzionale”, vale a dire, la somma di tutte le persone dai 16 anni in su, non arruolate nelle forze armate, non rinchiuse in un ospizio o in una prigione. Questa percentuale è importante perché da una visione più precisa dello stato dell’economia rispetto al dato pubblicato sulla disoccupazione, che invece è un rapporto fra i disoccupati in cerca di lavoro e la forza lavoro (cioè, la somma degli impiegati e i disoccupati in cerca di lavoro). In breve, un disoccupato che si è scoraggiato e non cerca più lavoro non conta più come parte della forza lavoro e pertanto le statistiche non lo conteggiano più. Pertanto è fondamentale conoscere tre dati per capire l’andamento dell’occupazione negli USA. Il primo è il totale della popolazione non istituzionale. Il secondo è il totale della forza lavoro (occupati più disoccupati in cerca di lavoro). Il terzo è il numero degli occupati.

Utilizzando questi tre dati si può raffrontare i dati dell’aprile 2012 con quelli dell’aprile 2013 e si possono trarre alcune interessanti conclusioni. La popolazione “non istituzionale” americana è passata da 242,784 milioni di persone a 245,175 milioni, con un aumento di 2,391 milioni di persone. A fronte di questo aumento della popolazione potenzialmente lavorativa, la forza lavoro è cresciuta da 154,451 milioni dell’aprile 2012 ai 155,238 milioni dell’aprile 2013, pari a un aumento di sole 787 mila unità, ovvero, un terzo dell’aumento della popolazione “non istituzionale”. Gli occupati sono andati dai 141,934 milioni di lavoratori dell’aprile 2012, ai 143,579 milioni dell’aprile 2013, con un aumento di 1,645 milioni di lavoratori. La lettura di questi dati, indica che addizionando i disoccupati in cerca di lavoro dell’apile 2012, (cioè 12,517 milioni di persone) con l’aumento della popolazione non istituzionale (cioè 2,391 milioni di persone), si arriva a un totale di 14,908 milioni di persone. Da questo totale si può sottrarre l’aumento del numero degli occupati fra l’aprle 2012 e quello del 2013 (cioè 1,645 milioni di lavoratori). Pertanto, i disoccupati dovrebbero essere 13,263 milioni di persone. I dati pubblicati dal governo USA registrano 11,659 milioni disoccupati ancora in cerca di lavoro. La differenza fra i due dati dimostra che 1,604 milioni di americani che non lavorano non sono più considerati “disoccupati” secondo le statistiche.

Lo stesso Dipartimento del Lavoro, nel suo rapporto ufficiale del 3 maggio 2013, definisce “discouraged” (scoraggiati) almeno 835 mila americani che non sono più considerati “disoccupati” in questo momento perché si sono arresi nella ricerca di un posto di lavoro.

Nella migliore delle ipotesi, volendo vedere “rosa”, si può utilizzare il rapporto fra popolazione impiegata e popolazione “non istituzionale”, e arrivare alla conclusione che negli USA la situazione è piuttosto stabile nell’ultimo anno: nell’aprile 2013 il 58,56% della popolazione “non istituzionale” è impiegata, contro il 58,46% dell’aprile 2012, con un aumento dello 0,10%. 

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Obama vince in linea con le previsioni dei sondaggi

Il Senato a maggioranza democratica, la Camera ai repubblicani

Supporters cheer at the end of President Barack Obama remarks during an election night party, early Wednesday, November 7, 2012, in Chicago. Obama defeated Republican challenger former Massachusetts Gov. Mitt Romney. (Matt Rourke/AP Photo)

Anthony M. Quattrone

I dati oggettivi che emergono dalle elezioni americane del 6 novembre 2012 sono la riconferma di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti, il controllo del Senato da parte dei democratici, quello della Camera da parte dei repubblicani, la vittoria dei democratici per 6 incarichi di governatore e dei repubblicani per 4.

Barack Obama ha ottenuto 51,25% del voto popolare e 332 voti del collegio elettorale, vincendo in 26 stati e nel Distretto di Columbia, mentre il candidato repubblicano, Mitt Romney, ha ricevuto il 48,75 del voto popolare e 206 voti elettorali, vincendo in 24 stati.  La vittoria di Obama è netta sia per quanto riguarda il voto popolare, con quasi tre milioni di preferenze in più, sia nel collegio elettorale con uno scarto di 126 punti.

Sembrerebbe che i giovani, le donne, le minoranze e gli operai delle zone industriali del Paese formino la base della nuova “coalizione vincente” che ha permesso a Obama di vincere negli stati “ballerini” come Ohio e Virginia.  L’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, non è riuscito ad allargare la base elettorale tradizionale dei repubblicani, formata dalle popolazioni bianche del sud, dalla destra religiosa, e dai conservatori moderati – una base che oggi è sempre più minoritaria rispetto ai nuovi gruppi che emergono da un’America in piena transizione demografica.  Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e giornalista del NY Times, ha scritto sul giornale newyorchese all’indomani delle elezioni che “Per molto tempo, quelli di destra – e alcuni opinionisti- hanno sostenuto l’idea che la ‘vera America’, cioè tutto quello che contava davvero, fosse quella delle popolazioni bianche non urbane, cui entrambe partiti avevano l’obbligo di sottomettersi. Nel frattempo, la vera America stava diventando diversa da un punto di vista etnica e razziale, e anche maggiormente tollerante. La coalizione di Obama del 2008 non è stato un caso, era il paese che stiamo diventando.”

Al Senato erano in palio 33 dei 100 seggi che formano l’assemblea.  In questa tornata, i democratici hanno raggiunto quota 53, mentre i repubblicani sono scesi a 45.  Sono stati eletti due senatori indipendenti che molto probabilmente entreranno nel “caucus” democratico al Senato.  Alla Camera, dove erano in palio tutti i 435 seggi che formano l’assemblea, i repubblicani hanno ottenuto di nuovo la maggioranza, superando ampiamente la soglia di 218 deputati.  Per il momento, i repubblicani avrebbero 234 deputati, contro i 195 per i democratici, con sei seggi ancora da attribuire.  E’ interessante notare, tuttavia, che mentre i democratici hanno ottenuto un voto popolare più alto dei repubblicani, questi ultimi hanno guadagnato più seggi.  Il sistema elettorale americano non si basa sulla proporzione del voto popolare per la determinazione dei seggi da assegnare alla Camera, bensì sulla competizione diretta fra i diversi candidati in ciascuno dei 435 distretti elettorali.  Pertanto, la Camera USA vedrà una maggioranza di deputati repubblicani a fronte di una maggioranza di voto popolare ottenuto dai democratici.

Nelle undici competizioni elettorali per la carica di governatore, i democratici hanno vinto di nuovo in Delaware, Missouri, Montana, New Hampshire, Vermont, Washington e West Virginia, mentre hanno ceduto ai repubblicani l’incarico in Nord Carolina.  I repubblicani hanno vinto di nuovo in Indiana, Nord Dakota, e Utah.

Per valutare quanto spazio di manovra abbia Obama nel portare avanti la sua politica di riforme, sarà necessario comprendere il rapporto di forza fra progressisti e conservatori nel nuovo Congresso – un rapporto che non segue necessariamente la divisione fra democratici e repubblicani. Già nel 2008, quando sembrava che Obama avesse una solida maggioranza al Congresso, si comprese subito che i conservatori eletti nel partito democratico avrebbero formato un unico blocco con i loro colleghi repubblicani, per sbarrare la strada a qualsiasi progetto di riforma, anche leggermente progressista.  La riforma sanitaria fortemente voluta dal Presidente non è altro che il frutto di un compromesso fra la minoranza formata dai democratici liberal e progressisti e la maggioranza conservatrice formata da repubblicani e democratici di destra.

Ora sarà interessante vedere come si comporterà il 113mo Congresso quando sarà inaugurato il prossimo 3 gennaio.  Fra meno di due anni, si svolgeranno le elezioni di mid-term e saranno di nuovo messe in palio i 435 seggi alla Camera e un terzo dei 100 seggi al Senato.  Oggi il Congresso ha un gradimento sotto di sotto al 20% e molti cittadini incolpano senatori e deputati per le divisioni politiche e l’incapacità di portare a termine le riforme.  Il presidente Obama ha il vantaggio che non dovrà più prestare attenzione agli indici di gradimento, perché non è possibile un terzo mandato, e, pertanto, avrà le mani libere che potrà usare per mettere una forte pressione sui senatori e sui deputati per raggiungere accordi necessari per rilanciare l’America.

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Cinque giorni alle elezioni USA

Anthony M. Quattrone

President Barack Obama with New Jersey Governor Chris Christie
Photo of Christie/Obama – @Chris_Moody, via Twitter

Mancano solo cinque giorni alle elezioni americane e la competizione per la Casa Bianca vede il presidente in carica, Barack Obama, e lo sfidante repubblicano, Mitt Romney, battersi per conquistare il voto dei cittadini negli undici stati “ballerini”, quelli che determineranno chi sarà il prossimo presidente americano.  Alla fine dei giochi, non importerà chi avrà la maggioranza del voto popolare, ma chi avrà superato 270 voti elettorali dei 538 in palio, assegnati a ciascuno stato in base alla popolazione.  Nei diversi stati, chi ottiene la maggioranza del voto popolare vince tutti i voti elettorali assegnati a quello stato.  Obama avrebbe, secondo la media dei sondaggi nazionali, 201 voti elettorali “sicuri” contro i 191 per Romney.  Dei 146 voti rimanenti, i sondaggi darebbero 89 a Obama, portandolo a quota 290, e 57 a Romney, il quale raggiungerebbe quota 248.

Il margine di vittoria di Obama nei sondaggi degli otto stati dove sarebbe vincente, tuttavia, è ben all’interno del margine d’errore dichiarato dai sondaggisti. In breve, il presidente deve continuare un’intensa campagna specialmente in Ohio, con i suoi 18 voti, in Pennsylvania, con 20, Wisconsin con 10, Nevada con 6, e Michigan con 16.  Con la vittoria in questi cinque stati, Obama raggiungerebbe quota 271.  Ma Obama deve essere anche pronto in caso che Romney riuscisse nel conquistare l’Ohio, togliendo 18 voti al presidente, nel rimpiazzare quei voti con quelli del Colorado (9), Iowa (6) e New Hampshire (4), per un totale di 19 voti, che lo porterebbero oltre l’asticella di 270.

Molti commentatori americani, analizzando il potenziale effetto dell’uragano Sandy sul risultato delle elezioni americane, hanno notato che se da un lato Obama ha sicuramente guadagnato punti fra gli elettori per la sua impeccabile gestione dell’emergenza, con tanti complimenti ricevuti anche da acerrimi avversari politici del calibro del governatore repubblicano del New Jersey, Chris Christie, dall’altro lato sembra che il presidente rischi di perdere le elezioni in Ohio e Virginia perché le contee maggiormente colpite dal maltempo, dove la popolazione potrebbe non riuscire ad andare a votare, sono quelle che hanno una maggioranza elettorale democratica.  L’Ohio e la Virginia potrebbero passare da un candidato all’altro, determinando chi sarà il futuro presidente, per pochi voti.

Mentre i candidati continuano a fare comizi e raduni in particolare negli stati ballerini, i commentatori sono attenti alle notizie che provengono dall’economia.  Ogni notizia positiva può spingere l’ago della bilancia a favore di Obama, mentre quelle negative possono aumentare le possibilità dello sfidante.   Pochi giorni fa sono stati diramati dall’Università del Michigan i dati che indicano l’ aumento della fiducia dei consumatori rispetto al mese precedente, raggiungendo la quota più alta degli ultimi cinque anni. Ora si aspettano i dati sull’occupazione, che saranno diramati venerdì, 2 novembre 2012.

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Dieci settimane alle presidenziali USA

Conclusa la Convention Repubblicana

Republican presidential nominee Mitt Romney waves to the crowd with vice presidential runningmate Rep. Paul Ryan (L) after accepting the nomination during the final session of the Republican National Convention in Tampa, Florida, August 30, 2012 REUTERS/Mike Segar

Anthony M. Quattrone

 

Con la chiusura della Convention repubblicana il 30 agosto 2012 a Tampa, in Florida, l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, e il deputato del Wisconsin, Paul Ryan, sono diventati gli sfidanti ufficiali per la presidenza e la vice presidenza degli Stati Uniti nelle prossime elezioni che si svolgeranno il 6 novembre 2012.  Il presidente Barack Obama e il suo vice Joe Biden hanno dieci settimane a disposizione per convincere gli elettori che meritano di rimanere al comando del Paese per completare il cambiamento della società americana proposto quattro anni fa.

Nei tre giorni della kermesse repubblicana, Romney e Ryan hanno cercato di presentare agli americani una visione dell’America che mette in risalto i valori del libero mercato, dell’individualismo, della meritocrazia, e dello spirito dell’avventura accusando Obama e i democratici di sostenere una visione statalista, assistenzialista, dove l’impresa è soffocata dalle troppe tasse legate a un mercato sociale di tipo Europeo.  La ricetta repubblicana per uscire dalla crisi ricalca fondamentalmente principi liberisti basati sulla riduzione delle tasse, quella della spesa pubblica e un generale allentamento dei controlli sull’economia da parte del governo federale.  Romney, nel suo discorso del 30 agosto 2012 ha confermato la promessa fatta da Ryan due giorni prima, il quale si è sbilanciato nel promettere la creazione di dodici milioni di posti di lavoro nei prossimi quattro anni.  Romney ha anche promesso ai giovani la creazione di scuole che potranno offrire un futuro brillante e che “nessun anziano dovrà temere di non ricevere la pensione”, senza entrare nel dettaglio della copertura delle relative spese.

Un articolo di Jim Rutenberg pubblicato dal New York Times il 30 agosto 2012 nota che uno dei maggiori ostacoli che Romney deve superare è il legame emotivo che gli elettori che hanno votato per Obama nel 2008 mostrano ancora nei confronti del presidente.  Romney, conscio del fattore emotivo, ha toccato l’argomento nel suo discorso alla convention repubblicana: “Non abbiate perplessità ad abbandonare Obama anche se quattro anni fa siete stati fieri di votare per il primo presidente nero della nostra storia: sapete bene che ha sbagliato. Da americano speravo avesse successo, ma ci ha deluso.”  Secondo Rutenberg, gli strateghi democratici e repubblicani concordano sull’importanza del legame emotivo fra gli elettori di Obama e il presidente.  Rutemberg cita Mark McKinnon, un ex strategista per la campagna di George W. Bush, “Sarà difficile rompere il legame che molti elettori hanno nei confronti di Obama, anche se si sentono delusi. Il legame può essere considerato un matrimonio andato male, ma si vuole tentare di salvarlo”.

I sondaggi nazionali rilevano un fondamentale pareggio fra Obama e Romney per quanto riguarda il voto popolare.  Rasmussen indica Romney in vantaggio per 45 a 44 percento fra le persone che più probabilmente andranno a votare, mentre Gallup da Obama in vantaggio per 47 a 46 percento fra le persone iscritte alle liste elettorali.  Mentre i sondaggi nazionali danno una visione abbastanza generale sul gradimento dei candidati presidenziali, i sondaggi condotti in ogni stato sono più indicativi perché il sistema elettorale americano per la presidenza si basa sul conto dei 538 “voti elettorali” assegnati ad ogni stato e non sul voto popolare a livello nazionale. In quasi tutti gli stati, tutti i voti elettorali assegnati a uno stato vanno al candidato che ottiene più voti.  Diventa presidente il candidato che raggiunge 270 voti elettorali.  Secondo la media dei sondaggi monitorati da realclearpolitics.com, Obama avrebbe un vantaggio di 221 voti contro 191 per Romney, con 126 voti, appartenenti a dieci stati, che sono ancora indecisi.  Secondo i sondaggi, Obama è in vantaggio in nove dei dieci stati “indecisi”.  Il risultato finale del conteggio dei “voti elettorali” darebbe, pertanto, Obama vincente con 320 a 206.

La battaglia per la Casa Bianca si deciderà probabilmente nei dieci stati “indecisi” perché è qui dove lo sfidante Romney può attingere i 79 voti che gli servono per arrivare a 270: Colorado con 9 voti, Florida con 29, Iowa con 6, Michigan con 16, Nevada con 6, New Hampshire con 4, North Carolina con 15, Ohio con 18, Virginia con 13 e Wisconsin con 10.  Per vincere, Obama deve assolutamente tenere duro negli stati tradizionalmente democratici e puntare il tutto per tutto in quegli stati indecisi che hanno un maggior numero di rappresentanti, per racimolare 49 voti che, secondo i calcoli di realclearpolitics, gli servirebbero per la rielezione.

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Obama contro Romney: cinque stati decideranno chi vincerà

Anthony M. Quattrone

President Obama speaks during a news conference closing the NATO summit at McCormick Place in Chicago on 21 May 2012 (John Gress/Getty Images – Boston Globe)

Gli strateghi della comunicazione dei due maggiori partiti americani sono al lavoro per capire come e dove sia meglio indirizzare i messaggi agli elettori per le elezioni del prossimo novembre, quando si gareggerà per la presidenza degli Stati Uniti, per l’intera Camera, per un terzo del Congresso e per le cariche di governatore di undici stati e di due territori.  La strategia per la campagna elettorale presidenziale è molto diversa da quelle per il Congresso e per le cariche di governatore, perché nelle presidenziali il meccanismo elettorale premia, in quasi tutti gli stati, solo il candidato vincente assegnando tutti i delegati previsti per quello stato e non dando nulla altri altri, e questo potrebbe incidere in modo decisivo sul tipo di campagna elettorale che democratici e repubblicani condurranno in ogni stato.

Prendiamo per esempio lo stato del West Virginia. Se l’attuale presidente americano, Barack Obama, pensasse che non ci fosse alcuna possibilità di vincere in West Virginia, che vale solo 5 delegati dei 538 in palio, e dove, secondo i sondaggi, il probabile candidato repubblicano, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, vincerebbe per 54 a 33 punti percentuali, allora non varrebbe la pena di spendere nemmeno un dollaro per ottenere un risultato migliore, perché i 5 delegati andranno al vincitore, indipendentemente dalla proporzionalità del voto popolare.  Ovviamente, perché i democratici in West Virginia vogliono conservare il seggio del loro senatore uscente, Joe Manchin, vogliono vincere il più alto numero dei tre seggi per la Camera in palio, e vorranno conservare la carica di governatore, dovranno decidere che tipo di campagna elettorale condurre.  Il West Virginia è uno stato conservatore e potrebbe convenire ai candidati democratici prendere le distanze da Obama su questioni come il matrimonio fra le persone dello stesso sesso e, pertanto, non invitarlo durante la campagna elettorale del prossimo autunno. Attualmente in West Virginia i sondaggi indicano che i democratici potrebbero conservare il seggio al Senato, difendere il seggio che hanno alla Camera e forse conservare anche la carica di governatore dello Stato. Pertanto, Obama non andrebbe in West Virginia perché sa che non ce la farebbe a rimontare su Romney e eviterebbe di “danneggiare” i candidati democratici in gara con la sua presenza.

Romney speaks at a campaign rally in Kentwood, Mich., Wednesday, Feb. 15, 2012. (AP Photo/Gerald Herbert)

Per un candidato presidenziale democratico progressista come Obama, i deputati e i senatori eletti negli stati conservatori come il West Virginia, pongono seri problemi anche dopo le elezioni perché  non sono sempre in linea con le proposte del Presidente e, alla fine, finiscono per allearsi con i repubblicani specialmente sui temi sociali.  Nel 2008, quando Obama vinse le presidenziali e sia il Senato, sia la Camera ebbero delle maggioranze democratiche, il nuovo presidente non poté mai contare su una vera maggioranza perché un cospicuo numero di senatori e deputati democratici erano conservatori su questioni sociali ed economiche, allineati sulle posizioni tipiche del partito repubblicano.  Nel 2008, con i democratici che avevano 235 deputati contro 198 repubblicani alla Camera, il Presidente Obama era di fatto in minoranza perché ben 54 democratici erano dichiaratamente conservatori e avevano apertamente indicato che non lo avrebbero appoggiato nel fare riforme progressiste.  Nelle elezioni del 2010, ventotto dei 54 deputati democratici conservatori hanno perso il seggio contro repubblicani conservatori e l’attuale Camera rappresenta con più trasparenza il rapporto di forza fra conservatori e progressisti, con 256 repubblicani e venticinque democratici nel campo conservatore, e 153 democratici nel campo progressista.

Gli ultimi principali sondaggi con rilevazioni del 21 maggio 2012, danno, in media, un vantaggio di Obama su Romney di 1,6 punti percentuali.  Secondo il sito RealClearPolitics.com, che effettua un monitoraggio costante di tutti i sondaggi nazionali e locali, Obama può contare su 227 delegati contro 170 per Romney.  Secondo il sito, c’è incertezza per 141 delegati che appartengono a undici stati perché lo scarto a favore dell’uno o dell’altro candidato è minimo.  E’ molto probabile che in questi stati si svolgerà la battaglia per la presidenza ed e qui che i due candidati dovranno puntare il tutto per tutto.  Per Obama si tratta di racimolare 43 delegati, mirando in particolare a cinque stati: Ohio (con 18), Michigan (con 16), Wisconsin (con 10), New Hampshire (con 4) e Virginia (con 13).  La battaglia per conquistare la Florida, che conta 29 delegati, è particolarmente avvincente, perché il voto della comunità ispanica è influenzabile sia dal carisma di Obama, sia da quello del senatore repubblicano Marco Rubio che è di origine cubane.

Ora gli strateghi della comunicazione dei due maggiori partiti americani stanno mettendo a punto le armi per mirare con precisione agli obiettivi da raggiungere, stato per stato, per raggiungere la quota dei 270 delegati necessari per l’elezione del presidente, senza tralasciare tutto quello che c’è da fare per vincere anche al Congresso e nelle gare per le cariche di governatore.  Un lavoro che è già costato milioni di dollari e che, probabilmente, raggiungerà quote record, con Obama che ha già raccolto 220 milioni di dollari e con Romney che ha raggiunto quota 100.

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Mentre Romney annaspa, Obama lancia l’attacco

Divulgato in rete il video-documentario “La strada che abbiamo percorso”

Anthony M. Quattrone

Il titolo più rincorrente che accompagna le analisi e gli articoli sulle primarie repubblicane del 2012 è “Romney vince ma non sfonda”, oppure “Romney vince ma non convince”.  L’ex governatore del Massachussets, Mitt Romney, ha un saldo vantaggio sugli altri tre contendenti ancora rimasti in gara, eppure non riesce a conquistare il gradimento della maggioranza dell’elettorato repubblicano.  A destra si sente la mancanza di un personaggio carismatico che possa competere seriamente contro Barack Obama nelle presidenziali Usa del prossimo novembre.  Dopo trentuno competizioni per le primarie, Romney ha conquistato 516 dei 1.144 delegati che servono per vincere la nomination durante la Convention Repubblicana del 27 agosto 2012 a Tampa, in Florida, contro 236 per l’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, 141 per l’ex presidente della Camera americana, Newt Gingrich, e 66 per il deputato del Texas, Ron Paul.  Facendo la somma dei delegati, Romney batte gli altri per 516 a 433, mentre se si calcola il voto popolare, Romney è in grande difficoltà.  Fino ad ora, Romney ha ottenuto 3.584.782 voti contro 5.518.768 espressi per gli altri tre candidati.  Anche nei sondaggi per la nomination, Romney non riesce a sfondare. L’ex governatore del Massachusetts ha 35,1 percento, contro 29,3 per Santorum, 14,3 per Gingrich e 11,1 per Ron Paul.

Intano, dai sondaggi è palese che Romney è l’unico candidato repubblicano che possa competere con Obama.  La media dei sondaggi svolti la scorsa settimana rileva Obama in vantaggio su Romney per 48,4 a 43,8 percento.  Obama è in vantaggio su Santorum per 50,5 a 41,9 percento, su Gingrich per 51,3 a 37,5 percento e su Ron Paul per 46,6 a 39,4 percento.

Gli analisti e gli strateghi democratici e repubblicani utilizzano tre dati per tentare di capire come andranno le elezioni del prossimo novembre.  Questi sono gli indici di popolarità del presidente Obama, il tasso di disoccupazione, e la fiducia dei consumatori.  La media dei sondaggi condotti durante la settimana scorsa mostra una certa stabilità del consenso degli americani nei confronti di Obama con 47,1 percento a favore e 46,9 contrari.  E’ più preoccupante l’indice che rileva la fiducia degli americani riguardo la direzione del Paese, con solo 31,3 percento che pensa che il Paese vada nella direzione giusta e 61,3 percento che pensa di no.  Obama, tuttavia, rimane più popolare degli eletti al Congresso a maggioranza repubblicana, i quali, complessivamente hanno un gradimento di solo 11,3 percento.

Il tasso di disoccupazione in America per febbraio 2012 è rimasto inalterato a 8,3 percento, pari al mese precedente, ma con l’aggiunta di ben 227 mila posti di lavoro.  Secondo un rapporto pubblicato dal ministero del lavoro, è il terzo mese di fila che sono stati creati oltre 200mila posti di lavoro.  Se la tendenza continuasse, Obama potrebbe trovarsi entro la fine dell’estate con l’aggiunta di quasi un milione di posti di lavoro, che inciderebbe non poco sulle elezioni di novembre.

La fiducia dei consumatori Usa, misurata dall’University of Michigan, è leggermente sotto le attese degli specialisti, attestandosi a 74,3 punti invece di 76, forse a causa della preoccupazione degli americani che il prezzo della benzina possa avvicinarsi sempre di più a $5 al gallone (pari a circa un euro al litro).  L’indice che misura l’opinione degli intervistati rispetto alla loro situazione finanziaria al momento dell’intervista, la loro opinione sullo stato dell’economia a breve, e la loro opinione sullo stato dell’economia a lungo termine, è tarato su quota 100 stabilita nel 1964 ed è calcolato attraverso le interviste telefoniche fatte a un campione di 500 persone.  Anche se l’indice è più basso di quanto previsto, non è necessariamente sfavorevole a Obama, se confrontato ai risultati degli ultimi mesi, con il suo progressivo innalzamento rispetto al punto più basso raggiunto lo scorso agosto, quando scese a 55,7.

Il management della campagna elettorale di Obama, approfittando del momento favorevole per il presidente, ha divulgato in rete il 15 marzo 2012 un video- documentario di poco più di un quarto d’ora, che s’intitola “The Road We’ve Traveled” (“La strada che abbiamo percorso”), girato dal vincitore dell’Oscar, Davis Guggenheim, e narrato da Tom Hanks, in cui sono riassunti tutti i momenti più importanti dei primi tre anni della presidenza Obama e le maggiori decisioni che il Presidente ha dovuto prendere.  Il video, su youtube, è stato già visto da oltre 1,2 milioni di persone.

Pubblicato da “Il Denaro” il 21 marzo 2012.

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